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Hammamet un film “sull’uomo” Craxi, con un Favino che vi lascerà a bocca aperta.


Il film riflette su uno spaccato scottante della nostra Storia recente.
Sono passati vent’anni dalla morte di uno dei leader più discussi del Novecento italiano, e il suo nome, che una volta riempiva le cronache, è chiuso oggi in un silenzio assordante. 

Fa paura, scava dentro memorie oscure, viene rimosso senza appello. Basato su testimonianze reali, il film non vuole essere una cronaca fedele né un pamphlet militante. L’immaginazione può tradire i fatti “realmente accaduti” ma non la verità. La narrazione ha l’andamento di un thriller, si sviluppa su tre caratteri principali: il re caduto, la figlia che lotta per lui, e un terzo personaggio, un ragazzo misterioso, che si introduce nel loro mondo e cerca di scardinarlo dall’interno.

Un bambino rompe con la fionda un vetro: è solo una ragazzata o vogliamo leggervi metaforicamente quello che sarà il sogno infranto da adulto? A ognuno di noi la libertà di interpretare come meglio si crede. Hammamet di Gianni Amelio è un’opera che possiede la forza di innescare un grande dibattito, c’è chi potrà arrogarsi (permetteteci questo termine) il diritto di dire: io l’avrei fatta così o in quell’altro modo; ma il punto focale, da non trascurare, è che le intenzioni di partenza di chi l’ha ideata sono state rispettate dall’inizio alla fine.

La dichiarazione di intenti di Amelio
“Hammamet non è un film “su Craxi”, anche se è lui il protagonista e il motore del racconto, che comunque si concentra più sull’uomo che sul politico. Sono partito da una proposta del produttore, che voleva un film su Cavour e sul suo legame con la figlia. 

Allora mi si è accesa la classica lampadina: perché non portare la storia un secolo più avanti, perché non parlare di qualcosa più vicina ai giorni nostri, una vicenda ancora calda, non “sanata”? Così mi è venuto in mente Craxi. Volevo, come penso sia compito del cinema, rappresentare comportamenti, stati d’animo, impulsi, giusti o sbagliati che fossero. Cercando l’evidenza e l’emozione”.

Addentriamoci in Hammamet
Dopo quello sguardo su un momento (immaginario) dell’infanzia, con un salto temporale si assiste al discorso tenuto da Craxi al 45esimo congresso del PSI a Milano. Lo si ascolta e lo si vede inquadrato nella proiezione in uno schermo dalla forma (non a caso) piramidale (figura che tornerà più avanti). 

Già dalle prime battute si ha la percezione della caratura di colui che – indipendentemente da come la si pensi politicamente – è stato un leader (“la pigrizia di cui è malata la politica del Paese” – per citare una lucida battuta) appartenente a una generazione che probabilmente oggi si ci sogniamo rispetto alla preparazione culturale e sul campo.

Con ciò non significa negare gli errori che ha compiuto – come ha detto il regista in conferenza stampa –  o ciò che ha commesso sul piano giudiziario è un fatto ed è sotto gli occhi di tutti ed è per questo che Hammamet sceglie volontariamente un’altra direzione, concentrandosi più sull’uomo e sullo scombussolamento interiore che ha vissuto nell’ultimo periodo della propria vita.

Il rapporto padre-figlia
Nei toni assunti da questo lungometraggio echeggiano le grandi tragedie ed è lo stesso autore de ‘Il ladro di bambini’ a esplicitare da quali suggestioni ha sviluppato la relazione padre-figlia: “tre riferimenti: Elettra/Agamennone, Cassandra/Priamo, Cordelia/Re Lear. 

Elettra è una ribelle che combatte per la memoria del padre ucciso e vuole vendetta. Cassandra, col suo potere di prevedere le sventure, non riesce a penetrare nell’animo di Priamo. 
Cordelia è meno docile delle sue sorelle e perciò il suo affetto arriva tardi al cuore di re Lear. Sono tre donne forti, più degli uomini. Usano il sentimento filiale per aiutare il genitore contro se stesso, oltre che contro il fato avverso. 
Non so nemmeno ora se un personaggio così ambiziosamente “alto” corrisponda davvero alla figura che c’è nel film, ma non volevo fotografare la realtà, forse per paura che la realtà mi avrebbe tolto un po’ di spinta emotiva”.

Nel nostro film la figlia si chiama Anita (Livia Rossi) per omaggiare la figura di Garibaldi di cui il Presidente (così viene chiamato nella pellicola) era un grande estimatore (lo sentiamo canticchiare “Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…”). Effettivamente emerge ciò che Amelio spiegava: un accorato tentativo di salvare suo padre da se stesso, oltre che dagli altri. Un amore filiale smisurato, diverso rispetto a quello del figlio (Alberto Paradossi) – sceso in campo e che gli vuole bene, a modo suo, per lo più a distanza. 

Lei lo cura con delle attenzioni differenti rispetto alla moglie (Silvia Cohen), c’è un mix di sentimenti in gioco, che nella sceneggiatura (scritta a quattro mani con Alberto Taraglio) e poi sullo schermo viene sviscerato tramite vari momenti. Ora si coglie un gesto, anche quello più quotidiano di lei che gli spunta i capelli, ora lo scontro, passando per il mettersi da parte fino all’atto di barricarsi in auto.

Siamo volutamente criptici perché non desideriamo rivelarvi troppo di sequenze che vogliono mettere in scena fuor di retorica una relazione topica e che rappresenta uno dei punti universali di Hammamet. Come si sarà sentito quest’uomo, in una terra che aveva scelto come “casa”, negli ultimi mesi di vita, quando il diabete, il tumore e il cuore lo hanno logorato da dentro? Porsi questa domanda non significa assolvere il politico, ma adottare un altro sguardo.

I copioni più riusciti sono spesso quelli che attraverso la figura dell’altro da sé riescono a porre in crisi il protagonista. Qui ad assolvere questa funzione troviamo Fausto (Luca Filippi), un ragazzo che si introduce furtivamente nella villa, i cui occhi comunicano tutto e allo stesso tempo a celare il mistero.

È il figlio del segretario di partito con cui, all’inizio, il politico si era scontrato e che – ci viene detto – si è suicidato. Craxi lo accoglie come un figlio. Lo “accarezza” eppure furbamente sa che potrebbe essere “il diavolo”. Lo sfida e si ritrova, grazie a lui, a fare i conti coi propri punti oscuri.

La regia di Gianni Amelio
“Vorrei allontanare l’idea di aver fatto un film politico, e men che meno militante. Non sono il regista adatto. Parlo di un uomo potente che ha perso lo scettro e deve fare i conti con la fine della propria vita, oltre che con quelli lasciati in sospeso con la giustizia. […] Il cinema è rappresentazione, non comizio o propaganda. Per essere ancora più chiaro, ho usato due formati sullo schermo: il 16:9 e il 4:3. 

Quasi tutte le prese di posizione del Presidente, che si possono condividere o no, sono viste dall’obiettivo di una telecamera, quasi virgolettate”, ha spiegato adeguatamente il regista, di cui si colgono – in particolare in alcuni punti – i movimenti di macchina che colgono il protagonista, ad esempio, alle spalle, quasi a voler simulare un avvicinamento lento per poi rivelarlo nella sua essenza e caducità.

L’interpretazione di Pierfrancesco Favino
Non perché venga per ultima, ma solo perché merita davvero un largo spazio a sé (e non saremo esaustivi) arriva l’interpretazione di Pierfrancesco Favino. Qualsiasi aggettivo non sarà mai abbastanza per descrivere qual è stato il lavoro di questo Attore e il suo essere il Presidente in questo film. “Chi interpreta non sia soltanto un individuo geniale, simpatico, ricco di fantasia, ma anche un artigiano, capace di esercitare il suo corpo e la sua voce, consapevole che egli è lo strumento di se stesso”, scrive Maricla Boggio parlando dell’impegno profuso da Orazio Costa Giovangigli per infondere negli allievi questa importante consapevolezza. 

Ecco, Favino (che solo qualche mese fa ci aveva colpito per come aveva vestito i panni di Buscetta ne ‘Il traditore‘) in questi anni ha fatto proprio il prezioso insegnamento del suo maestro d’Accademia e in Hammamet (per chi non avesse visto sul palcoscenico l’interprete romano) emerge ancor più la potenzialità del metodo mimico. Indubbiamente un grande contributo proviene anche dall’ottimo lavoro di trucco (prosthetic make‐up designer Andrea Leanza), ma ciò che vi lascerà di stucco non è “solo” la somiglianza fisica, quanto la tonalità della voce, le pause, la restituzione dell’ironia sottile così come di occhi che si fanno liquidi al pensiero di rimpianti o della fine che si avvicina. 

Il Presidente di Favino, immaginato da Amelio, smaschera mascherandosi ed innegabilmente viene da pensare più al meccanismo della trappola della coscienza a cui assolve più esplicitamente il teatro che il cinema.

In Hammamet non ci sono sconti per il Craxi politico (nella misura in cui viene trattato), il quale ammette i propri sbagli e al contempo continua a dire anche la sua con la convinzione, le pause e la fermezza che lo contraddistinguevano. 

Così come c’è uno sguardo “altro” sul Craxi uomo e indirettamente (la riflessione scatta in noi spettatori) su un periodo che si conclude con la sua dipartita. Il merito va dato sì alla scrittura ma verrebbe da dire in primis a un attore che si è messo a servizio, svolgendo quello che dovrebbe essere il proprio compito (ma non è scontato) fino a commuoverci per come lo fa, con passione, dedizione e professionalità, il tutto per restituire l’uomo, l’anima. Il tutto rifuggendo da giudizi personali.

Punta di diamante: il monologo in cui racconta il sogno.

Oltre agli interpreti già citati, ci sembra doveroso nominare tutti gli altri: Roberto De Francesco, Omero Antonutti (alla sua ultima apparizione), Giuseppe Cederna, Renato Carpentieri, Claudia Gerini.
Consiglio prima della visione
Se potete, sgomberate la mente prima di recarvi al cinema, i pre-giudizi politici falserebbero la visione di un lungometraggio che ha scelto un’altra strada e va rispettato per questo.
La recensione
Maria Lucia Tangorra

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