Si trovarono fra tutte quelle carcasse orrende due scheletri di cui l’uno teneva l’altro stranamente abbracciato. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che stringeva, andò in polvere”. Così, in Notre Dame de Paris, Victor Hugo concludeva la storia del gobbo Quasimodo, volontariamente andato a morire insieme all’amata Esmeralda nella fossa comune dove la gitana, giustiziata per avere rifiutato l’amore dell’arcidiacono della cattedrale, era stata seppellita.

Per nostra fortuna, la stessa cosa non è accaduta agli scheletri rinvenuti, intatti, alla fine di gennaio nel centro storico di Mesagne, in piazza Sant’Anna dei Greci, durante i lavori di rifacimento della rete idrica e fognaria da parte della ditta incaricata dall’Acquedotto Pugliese: dai primi rilievi effettuati sulle dimensioni del cranio e delle circonferenze toracica e pelvica, si tratterebbe dello scheletro di una donna molto giovane, reclinata sul fianco destro e con gli arti superiori leggermente curvati e dello scheletro di un infante di pochi anni a questa sovrapposto, adagiato all’altezza del suo grembo.

L’annuncio dello straordinario ritrovamento, facente parte di un più ampio rinvenimento di tombe con scheletri interi, è stato dato la mattina del 30 gennaio, in una conferenza stampa congiunta, dall’amministrazione comunale di Mesagne e dalla Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Brindisi, Lecce e Taranto: presenti il sindaco Toni Matarrelli, il vicesindaco Giuseppe Semeraro, i consulenti Mimmo Stella e Marco Calò, l’architetto Maria Piccarreta, soprintendente, e la direttrice scientifica degli scavi, dottoressa Annalisa Biffino, hanno descritto quanto è stato rinvenuto durante lo scavo per la posa delle nuove condutture, nonché gli interventi già effettuati dai tecnici sul luogo.

“Questo ritrovamento ci consente di leggere la stratigrafia di realizzazione della città in un periodo non antichissimo, ma comunque importante, dal momento che è nel periodo basso medioevale che si sono determinate la struttura del centro storico e l’articolazione del tessuto urbano così per come le conosciamo e le viviamo noi adesso. Quanto abbiamo ritrovato rappresenta probabilmente soltanto un angolo di un sito che si estende sia al di sotto che lateralmente, ma in questi casi occorre essere molto razionali: studiare ciò che è emerso e coniugare il nostro lavoro di archeologi e storici con le esigenze di vivibilità del luogo e di posizionamento delle condutture delle utenze”, ha chiarito la soprintendente Piccarreta.

“Abbiamo trovato cinque tombe attestanti la presenza di un sepolcreto urbano in adiacenza ad un tratto di muratura di notevole spessore. Al momento, in base alle tipologie di sepoltura e in base ai reperti ritrovati, ci pare di poter collocare questa necropoli in periodo basso medioevale, quindi tra la fine del XIII e il XV secolo, ma abbiamo naturalmente bisogno di studi più approfonditi, anche in laboratorio, per poter essere più precisi sulla datazione”, specifica la dottoressa Biffino.

Due delle tombe ritrovate, quelle a cassa in muratura, sono state studiate e mantenute sul luogo del ritrovamento. Le altre tre, rimosse per essere analizzate, erano a fossa terragna (il defunto veniva inumato direttamente nel terreno, a volte sopra un piano di ghiaia o sabbia, e a protezione della salma veniva predisposta una copertura di materiale che variava dal legno al carparo).

Proprio una delle tombe a fossa terragna conteneva la doppia deposizione di quella che è immediatamente apparsa come una donna di giovane età e del bambino.
Immediata risonanza al ritrovamento è stata data persino dai media nazionali, che hanno divulgato la suggestiva immagine dei due scheletri definendola, forse un po’ forzatamente, come “l’abbraccio eterno di mamma e figlio”.

Gli scavi, dei quali già in occasione della conferenza è stato mostrato alla stampa un piccolo saggio stratigrafico, sono stati condotti dallo Studio Consulenza Archeologica di Ugento, diretto dal dottor Paolo Schiavano, che, come da normativa vigente, si è aggiudicato l’appalto dell’AQP per la sorveglianza e assistenza archeologica.
“Mi piace sottolineare quello di Mesagne come un buon esempio di sinergia tra impresa esecutrice dei lavori, soprintendenza e impresa appaltatrice della sorveglianza. 

Nel momento in cui sono state rinvenute sedimentazioni di tipo archeologico, l’archeologa nostra delegata presente sul posto, la dottoressa Adele Barbieri, ha immediatamente sospeso i lavori, richiedendo l’intervento della Soprintendenza. Non sempre troviamo la giusta disponibilità, perché l’interruzione delle attività comporta naturalmente una serie di disagi. In questo caso, invece, sia l’AQP che la ditta Spinosa, incaricata dei lavori di rifacimento, hanno collaborato attivamente, favorendo l’allargamento dello scavo e dimostrando una grande sensibilità”, sottolinea il dottor Schiavano. “La dinamica degli eventi mesagnesi testimonia anche l’efficacia della legge cosiddetta “sull’archeologia preventiva” (il cui scopo è di prevenire danni su resti archeologici e di garantire una corretta gestione di possibili rinvenimenti non soltanto nei centri storici e nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico e archeologico)”, conclude Schiavano.

Il riferimento alla legge che concilia l’opera pubblica con la tutela archeologica del territorio, in effetti, coglie nel segno: gli scavi hanno per l’appunto evidenziato come parte del ritrovamento appaia vistosamente danneggiato dai sottoservizi precedenti, in particolare dagli interventi effettuati per portare nel centro storico la linea telefonica.
“Non è inconsueto, nel nostro territorio, rinvenire sepolture plurime. 

A volte sono membri della stessa famiglia, ma spesso si tratta di soggetti estranei che possono essere seppelliti insieme per i motivi più diversi (anche, molto banalmente, per mancanza di spazio). Per accertare che si tratti di una donna, abbiamo bisogno di condurre analisi molto più approfondite. Al momento mi limito a dire che certamente si tratta di un soggetto giovane e che da un’analisi macroscopica del bacino e del cranio parrebbe essere una giovinetta. Ma la conferma ci sarà data soltanto dalla comparazione di tutti i parametri biometrici, che richiede un po’ di tempo”, precisa cautamente la dottoressa Barbieri.

Degno di nota appare, inoltre, il rinvenimento, nelle tombe a cassa, di una ulteriore sepoltura doppia, con ogni probabilità di due uomini (accanto ai quali vi sono delle monete non leggibili ma sicuramente di età bassomedievale) e di una tomba a colatoio (una tipologia di tomba utilizzata prevalentemente nelle chiese e nei conventi o per seppellire membri della stessa famiglia guadagnando spazio, nella quale le salme venivano deposte mano a mano che morivano e ad ogni nuova deposizione veniva spinto giù il defunto precedente). 

Il primo defunto emerso in questa tomba dovrebbe essere una donna, dal momento che addosso allo scheletro sono stati ritrovati un paio di orecchini. Nel riempimento della tomba a colatoio sono stati ritrovati almeno cinque individui e una serie reperti di non eccezionale valore (anellini, monetine, addirittura un anello da cucito, cioè un ditale senza il vertice) ma utilissimi ai fini della datazione.

Il ritrovamento mesagnese degli scorsi giorni ha una certa importanza, in quanto potrebbe dare conferma di una serie di informazioni delle quali abbiamo conoscenza da fonti storiche e storiografiche. Già lo storico Cataldo Antonio Mannarino (1568-1621), infatti, dava notizia, documentandola con la sua famosa mappa a forma di cuore, dell’esistenza in loco di una chiesa di fondazione bizantina dedicata a Sant’Anna dei Greci, che insisteva sull’omonima piazza e fu demolita intorno agli anni 1839-40 in quanto pericolante. 

Giacché i rinvenimenti tombali appaiono allineati ad un tratto piuttosto largo di muratura, l’ipotesi interpretativa più affascinante (che al momento, in mancanza di elementi a suffragio, non può essere validata) è che quelle mura siano proprio le fondamenta dell’antica chiesa di rito greco e che le tombe ritrovate siano parte del cimitero annesso alla chiesa (di sepolcri con “vestimenta bizantine” scoperti durante i lavori di demolizione parlano, infatti, le fonti storiografiche del tempo).

“Mi permetto di suggerire una soluzione simile a quella che è stata elaborata a Lecce in piazza Castromediano: una copertura a vista con lastroni di vetro, per rendere il sito fruibile ai cittadini e ai turisti anche in occasione di una semplice passeggiata nel centro storico”, propone, sentito sul punto, il massimo esperto di Mannarino sul territorio, il professor Domenico Urgesi, già direttore del museo archeologico di Mesagne e della biblioteca comunale “Granafei”. “Inoltre, credo che ormai sia tempo che il Comune di Mesagne si doti di una specifica voce di bilancio con la quale sia previsto l’accantonamento di somme da destinare all’eventualità di ritrovamenti archeologici: Mesagne è un territorio ricchissimo ed è giusto che venga riconosciuto”.

“Non è ancora prevedibile quello che accadrà”, puntualizza il sindaco di Mesagne Toni Matarrelli. “In questo momento il dominus della vicenda non è il Comune, ma la Soprintendenza, che valuterà tra le diverse ipotesi che sono emerse: la trasposizione degli scheletri all’interno del museo o la predisposizione di un sito da lasciare nel luogo del ritrovamento, come è stato fatto in occasione del rinvenimento della necropoli di Vico Quercia. Accolgo con attenzione il suggerimento del professore Domenico Urgesi e valuterò l’ipotesi insieme ai miei collaboratori, compatibilmente con le risorse comunali. 

Certamente, dal punto di vista umano, mi colpisce molto l’immagine dei due scheletri, giovane donna e bambino, in una posizione suggestiva come quella in cui sono stati trovati e vorremmo che di questa visione beneficiassero tutti coloro che frequentano Mesagne. Nell’immaginario collettivo, siamo associati alla civiltà messapica, ma questo ritrovamento dimostra, una volta di più, che la storia della nostra città non può essere confinata al solo periodo messapico, ma va indagata in ogni direzione temporale”.

Di Marina Poci per il7 Magazine