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Coronavirus, le aziende riconvertono la produzione per l’emergenza

Scritto da Fortunato Pinto il 20 marzo 2020

La guerra al nemico invisibile si combatte su più fronti. Dalle misure stringenti per la popolazione al rifornimento dei materiali sanitari introvabili, in tutto il mondo i governi stanno cercando di contenere l’epidemia da coronavirus nei loro Paesi. La difficoltà principale è evitare quanto più possibile il contatto tra gli individui e per farlo sono necessari strumenti che oggi sono diventati introvabili. In Italia, in soccorso dello Stato e della popolazione, come è accaduto durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, arrivano le aziende private che stanno riconvertendo le loro fabbriche per produrre tra l’altro mascherine e disinfettanti.

Con il diffondersi dell’epidemia da Covid-19, la domanda di dispositivi di protezione individuale (Dpi), come le mascherine e gel igienizzanti, è cresciuta esponenzialmente. Quasi impossibile trovare al supermercato o in farmacia l’Amuchina, nonostante già a fine febbraio l’azienda Angelini abbia aumento e riorganizzato i propri laboratori per produrne il più possibile. Ecco allora che i colossi mondiali, ma anche le Pmi, scendono in campo convertendo le loro fabbriche. Attenzione, però, non tutte le società producono disinfettanti al pari dell’Amuchina. Ricordiamo che solo i prodotti che hanno sull’etichetta la certificazione ‘Presidio medico chirurgico’ sono in grado di sanificare mani e superfici dal Sars-Cov-2.

I ‘nuovi’ produttori di gel mani
Da Torino a Firenze, da Pordenone a Parma, sono tante le aziende che hanno riconvertito le linee produttive per rispondere alla domanda di igienizzanti. Primo fra tutti il colosso fiorentino della farmaceutica Menarini, che ha avviato la produzione di gel igienizzanti con certificazione da destinare a ospedali e operatori sanitari impegnati nella lotta alla Covid-19. La distribuzione del prodotto sul territorio è gestita dalla Protezione civile. Sempre in Toscana, la Unico Firenze ha donato alla Regione oltre quindicimila litri di gel alcolico igienizzante mani da distribuire alle strutture sanitarie. Altro esempio è la torinese Reynaldi, società nata grazie a Maria Grazia Reynaldi, prima donna laureata in farmacia in Italia. L’azienda, specializzata in prodotti per la cura della pelle e profumi, durante le emergenze per la Sars e l’influenza suina aveva dato al via la produzione di un igienizzante. Superate le crisi sanitarie, la Reynaldi aveva bloccato la produzione e si è trovata con centomila flaconi di plastica inutilizzati, oggi quei flaconi sono stati riutilizzati per contenere di nuovo il prodotto più ricercato dagli italiani.

Da profumi e prodotti per auto all’igienizzante
Anche l’azienda Altur di Pordenone, specializzata in prodotti chimici per auto e camion, ha riconvertito la sua produzione e donato al comune 22 taniche da cinque litri di gel igienizzante. Il prodotto (certificato) è stato poi richiesto da farmacie e negozi in Italia e all’estero. ‘Il Gel del buon auspicio’ è l’idea del gruppo Davines. L’azienda cosmetica con sede a Parma ha avviato la produzione di gel igienizzate che ha donato a case di riposo, alle sedi della Croce Rossa e della Croce Gialla e alle comunità per l’accoglienza agli immigrati. Esempi di riconversione della linea produttiva ci sono stati anche in Francia. Lvmh, gruppo proprietario di brand di moda tra cui Louis Vuitton, Dior e Gucci, ha convertito i laboratori dedicati ai profumi per produrre gel disinfettanti. L’Oreal, invece, ha intensificato la produzione dei gel idroalcolici a marchio La Roche-Posay e Garnier.

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Il punto sulle mascherine
Non solo gel. Un altro dei prodotti più ricercati in tutto il mondo per proteggersi dal coronavirus sono le mascherine. Fondamentali per evitare il contagio tramite la dispersione della saliva, che ‘trasporta’ il virus, devono possedere specifiche caratteristiche di filtraggio, oltre a dover essere testate e certificate per essere messe sul mercato. Secondo il commissario straordinario per l’emergenza e capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, in Italia servono novanta milioni di mascherine al mese. Il nostro Paese non riesce a produrne abbastanza, per questo ha fatto affidamento a grossi produttori stranieri, tra cui cinesi, tedeschi e turchi. Il blocco al trasporto aereo, però, sta mettendo a repentaglio la fornitura delle mascherine.

Coronavirus, Borrelli: "Mascherina non serve se si mantiene distanza sicurezza"

Va ricordato, inoltre, che quelle certificate FFP2 e FFP3 sono prodotti utili al personale sanitario, che ogni giorno ha a che fare con persone infette. Per i cittadini, che dovrebbero sempre rispettare la distanza di un metro tra di loro, bastano protezioni con certificazione FFP1, che evitano il contatto diretto con liquidi estranei. Per le aziende interessate sul sito dell’Istituto superiore di Sanità è possibile trovare tutte le informazioni utili per avviare la produzione di mascherine idonee. Così come previsto dal decreto legge Cura Italia, che ha stanziato cinquanta milioni di euro a fondo perduto per le aziende che si impegnano nella produzione di dispositivi di protezione individuale (Dpi).

Dai tessuti alle mascherine
Nel frattempo molte aziende nazionali hanno riconvertito le proprie fabbriche, cercando di rispondere alla crescente domanda di mascherine. A Bari, un gruppo di docenti e ricercatori del Politecnico è in contatto con aziende locali del manifatturiero, specializzate in abbigliamento, pannolini e assorbenti, che hanno convertito parte della produzione per creare Dpi. Ad Alba (Cuneo) l’azienda di alta moda Mirogli ha iniziato a produrre mascherine per rispondere alla richiesta del governatore piemontese Alberto Cirio. Anche la Bc Boncar di Busto Arsizio (Varese) ha convertito la sua produzione di packaging per marchi di moda in Dpi. Le mascherine prodotte non godono della certificazione dell’Istituto superiore di Sanità, ma sono un primo aiuto contro la diffusione del virus.

Il tessuto non tessuto
In Toscana è stata la stessa Regione ha dare il via a un progetto per la produzione di mascherine con tessuto non tessuto (Tnt). Si tratta di dispositivi di protezione ottenuti con una tecnica di produzione industriale diversa dalla tessitura. Queste mascherine sono state testate dall’Università di Firenze e attendono la certificazione dell’Iss. Tra i produttori di mascherine Tnt c’è anche la Dreoni Giovanna, specializzata nella tappezzeria auto. Nello stabilimento di Vaiano (Prato) lavorano tutti i cittadini, anche sindaco e assessori.  

Niente sport, solo mascherine
Specializzata nella produzione di filati tecnici a base di argento, carbonio, acciaio inox, rame e bioceramica, la Tecnofilati di Medolago (Bergamo) è in attesa dei risultati del Politecnico di Milano per dare il via alla produzione di mascherine con certificazione FFP1. Mentre la Santini di Lallio (Bergamo) e la Di-Bi di Besozzo (Varese), produttrici di tessuti sportivi, ferme a causa del blocco degli eventi agonistici, hanno entrambe convertito gli stabilimenti per produrre mascherine.

Ferrari ‘corre’ in aiuto dell’Italia
In Italia la Siare Engineering di Bologna è l’unico produttore di respiratori polmonari. Con lo scoppio dell’epidemia da coronavirus l’azienda ha ricevuto richieste da tutto il mondo, ma ha annullato tutti gli ordinativi esteri e si è concentrata su quelli italiani. L’azienda però ha difficoltà a produrre le 125 macchine necessarie alla settimana. Per questo l’Esercito ha inviato nello stabilimento bolognese 25 tecnici per fronteggiare la mole di lavoro. Da oggi, poi, il gruppo Fca ha messo a disposizione gli impianti e i suoi tecnici Ferrari di Modena e di Marelli a Bologna per supportare la produzione di componentistica e l’assemblaggio dei respiratori.

Coronavirus, Ferrari e Marelli pronte ad aprire le fabbriche alla produzione di respiratori
ilsole24ore.com

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