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Cosa significa lavorare in un supermercato in questo periodo


Scritto da Federico Thoman

Vanessa, nome di fantasia, cinque giorni alla settimana si alza alle 4 del mattino per iniziare a lavorare alle 5 nel reparto ortofrutticolo di un supermercato di Milano. Una routine fatta di cassette, scaffali, prezzi e fatica. Ma da quando l’emergenza coronavirus ha sconvolto le vite di 60 milioni di italiani, per Vanessa il lavoro è più ‘pesante’. Fisicamente, ma non solo. In un’Italia fantasma, con uffici e imprese deserti, c’è ancora chi, dai camionisti ai magazzinieri, passando per gli addetti, gli impiegati e i dirigenti, va a lavorare tutti i giorni e permette a tutti noi di poter fare serenamente la spesa. Vanessa ci ha raccontato la sua vita professionale in queste settimane.

Il carico di lavoro è aumentato del 50%

“Il nostro punto vendita non è grande, è di circa 350 metri quadrati. In media, incassavamo in una settimana 130.000 euro. Da qualche tempo l’incasso è maggiore: siamo arrivati a 150.000 euro, più o meno”. Un aumento di oltre il 15%, nel settore della grande distribuzione organizzata, è senza dubbio notevole.
Ma quello che sui fogli excel di qualche quadro o capo-area è un numero preceduto da un “+”, nel lavoro quotidiano di chi opera nel punto vendita si traduce in uno sforzo ulteriore, come testimonia Vanessa: “È stressante perché il carico di lavoro è aumentato: io sono da sola a occuparmi del reparto ortofrutta. Noi abbiamo una media di 8/9 roll al giorno, adesso ne faccio 12/13”. I roll sono dei carrelli verticali in metallo o in plastica usati per trasportare i prodotti nei supermercati. Sono più piccoli del classico ‘bancale’ e di conseguenza più maneggevoli: sistemare ogni roll, nel caso di Vanessa, significa prendere le cassette con dentro frutta e ortaggi e ‘sporzionarle’ nei rispettivi contenitori sugli scaffali. Un lavoro ‘fisico’ che impegna parecchio il corpo e non solo la mente.
Un aumento di quasi il 50% del carico di lavoro significa dover accelerare, avere meno tempo per rifiatare e dover quasi sempre ‘correre’. Unica, piccola nota positiva, sottolinea la lavoratrice, è che “non essendoci più la ressa, ci si riesce a muovere più facilmente”. Un piccolo paradosso agli occhi di chi, per almeno 8 ore, deve freneticamente fare la spola tra casse, scaffali e corsie.

“A casa tre giorni per tirare un po’ il fiato”

Oltre allo stress fisico c’è anche quello psicologico. Per la situazione, le notizie terribili che ormai si leggono e si sentono tutto il giorno e per il fatto di fare un lavoro che per (almeno) 40 ore alla settimana ti mette a potenziale stretto contatto con le persone. Racconta Vanessa: “Le mascherine l’azienda non ce le ha ancora fornite perché sono ovviamente introvabili. Ci hanno detto: “Se riuscite a trovarle, ve le rimborsiamo“. All’inizio ci siamo attrezzati da soli, usando i guanti, soprattutto chi sta in cassa. Per l’igienizzazione hanno fornito a noi dipendenti flaconcini di gel tascabile”.
C’è molta preoccupazione, come spiega Vanessa: “Tre o quattro colleghi sono a casa in malattia: un paio con tosse e febbre, un altro ha avuto un lutto in famiglia per coronavirus e quindi ora è in quarantena obbligatoria, anche se sta bene. Le ferie sono state bloccate per un po’ di tempo, ma ora visto che ci siamo ‘fatti il mazzo’ l’azienda ce le consente. Infatti, la settimana prossima sto a casa tre giorni per tirare un po’ il fiato. Per fare un esempio: i part-time che dovrebbero fare meno ore lavorano più di 60 ore a settimana a volte (quasi il doppio dell’orario di lavoro ‘normale’ da contratto, ndr). L’unica cosa che ci hanno concesso, per farci riposare, è stata la chiusura domenicale“.

Il rapporto con l’azienda e le disposizioni che cambiano velocemente

Le comunicazioni aziendali arrivano via email, dice Vanessa. “L’ultima volta, domenica sera, dopo l’ultimo decreto del governo, ci è stato scritto che dal lunedì mattina avremmo dovuto misurare la febbre a noi e a tutti i clienti. Ci hanno invitato a usare il termometro che usiamo per prendere la temperatura degli alimenti, che ovviamente non è tarato per gli esseri umani. Ci hanno consigliato poi di fare la prova con un termometro per ‘umani’ e quello alimentare segnava circa 4 gradi centigradi in meno. Vai tu da un cliente a dirgli «il termometro segna 34 gradi, non puoi entrare!». Infatti quasi subito è arrivata una nuova email che sospendeva tutto”.
Ci sono poi anche richieste tragicomicamente assurde, come racconta Vanessa: “Un’altra email che invece mi ha fatto infuriare riguarda la regolazione del flusso d’ingresso delle persone nel supermercato. All’inizio non avevano pensato a delle guardie e noi abbiamo protestato: «Mandate qualcuno». Adesso abbiamo una persona dedicata che regola il flusso e magari controlla permessi o attestazioni per dare la priorità a disabili, personale sanitario etc. Ebbene, in una recente email ci si dice in pratica di far entrare più persone in negozio. Ipotizzo che sia perché in alcuni punti vendita il fatturato è magari proporzionalmente calato e quindi chi sta dietro la scrivania e analizza i numeri ha pensato o verificato che è perché si fanno entrare ‘troppo poche’ persone alla volta”.

Sono soprattutto gli anziani ad andare più volte al giorno al supermercato

Quello di Vanessa è un lavoro che ti mette a contatto, ogni giorno, con decine di persone. Permettendoti di osservare comportamenti e idiosincrasie. Se in tempi normali può essere un piacevole passatempo, in queste settimana di lockdown l’attenzione è rivolta soprattutto a chi si presenta diverse volte: “La clientela che viene tutti i giorni e magari più volte in poche ore è soprattutto anziana. C’è chi viene e prende pane e latte e poi torna per la frutta. Noi apriamo alle 8, ci sono quelli che dalle 6:45 iniziano a fare la fila. Il mio turno è dalle 5 alle 13 e in quelle 5 ore noto diversi clienti che a distanza di ore si ripresentano”.
Nonostante le raccomandazioni delle autorità (uscire il meno possibile), c’è chi per i più diversi motivi non ne può fare a meno. Ci sono poi casi anche abbastanza clamorosi, racconta: “Per tre giorni di fila ho visto un signore molto anziano e che faceva fatica a camminare, sulla novantina, che è venuto a fare la spesa accompagnato da una badante. Questo signore spingeva il carrello, senza mascherina e guanti. Ora, io capisco che le persone anziane, sole e che non hanno nessuno non possano fare chissà quale carico. Ma in questo caso è semplicemente folle. Noi per alcuni anziani l’abbiamo fatto, di portare loro la spesa a casa, mettendoci una mano sul cuore”. Ma è evidente che i bei gesti non sono il meccanismo su cui si può reggere il sistema.

Nessuna gratifica economica (per ora)

Un ultimo aspetto che non lascia contenti Vanessa e i suoi colleghi è l’assenza di un riconoscimento economico del loro sforzo da parte dell’azienda. “A parte i 100 euro di premio previsti dallo Stato per i lavoratori dipendenti che si sono recati a lavoro durante l’emergenza, non abbiamo ancora visto nulla. Quando abbiamo sentito che altre catene, magari più grandi, hanno già previsto bonus e gratifiche abbiamo fatto presente al nostro capo-zona la cosa. Poco dopo ci hanno fatto sapere di aver stipulato un’assicurazione sanitaria per tutti i dipendenti contro il coronavirus. Una cosa senza dubbio apprezzabile, ma non vorrei che allora adesso si girino dall’altra parte. Per ora stiamo aspettando”.

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