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Ecco cosa succede se l’Oms dichiara la “pandemia”


L’Oms, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, è pronta a dichiarare lo stato di pandemia in merito al contagio dal nuovo coronovirus Covid-19. Lo ha spiegato lo stesso Walter Ricciardi, dell’ufficio esecutivo dell’organizzazione, affermando che “entro sette massimo dieci giorni dalla sede di Ginevra l’Oms proclamerà lo stato pandemico” giusto il tempo di “avere i dati consolidati anche dall’Africa e dal Sud America” per quanto riguarda il numero di contagi.

Sempre secondo l’organizzazione attualmente ci troviamo a un passo dalla fase pandemica, ovvero al livello 5 – che viene definito di “allerta”- che prevede una serie di provvedimenti – già in atto – volti a contenere la diffusione della malattia attraverso misure come il tracciamento dei possibili infetti e la quarantena per i malati. “Ma stiamo già passando alla fase successiva di mitigazione, ossia quella di riduzione del danno visto che non posso più bloccare la diffusione del virus” ha proseguito Ricciardi come riportato da La Stampa.


Per il Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) americano, i centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, Covid-19 presenta già due criteri su tre per definirsi pandemia, ed in effetti sul loro sito si può leggere che viene utilizzato proprio questo termine in riferimento alla malattie. Il virus infatti oltre a essere mortale ha anche un’alta diffusione, che se accertata a livello mondiale – molto probabilmente a breve – andrà a completare il quadro pandemico.

Gli Stati Uniti infatti hanno varato tutta una serie di provvedimenti, oltre ad alcuni a noi già noti come quelli di carattere igienico, volti a tenere il virus quanto più possibile confinato, come limitazioni per i viaggi nei Paesi più contagiati, tra cui il nostro.

Cosa significherebbe dichiarare la pandemia? All’atto pratico e stante gli attuali livelli, la nostra vita cambierebbe di poco. A spiegarlo è Pier Luigi Lopalco, professore ordinario di Igiene dell’ Università di Pisa, sempre per La Stampa. Secondo il professore tecnicamente saremmo già in questa condizione in quanto abbiamo già adottato misure per contenere la diffusione nazionale ed internazionale del contagio e per minimizzarne l’impatto, condividendo immediatamente tutti i dati epidemiologici (nuovi casi, morti, guariti) con l’Oms e gli enti di altre nazioni o sovranazionali come l’Ecdc, l’European Centre for Disease Prevention and Control.

Ecdc che ha stabilito che, per l’Unione Europea, ci troviamo ad un passo dalla pandemia in quanto siamo al terzo livello, il penultimo, con lo scoppio confermato (trasmissione) del virus pandemico in tutti gli Stati dell’Unione e una larga diffusione del contagio che potenzialmente potrebbe interessarli tutti.

Lo stato di “pandemia” però potrebbe anche voler dire più limitazioni alla vita come noi la conosciamo: è lo stesso Ricciardi a ricordare che l’Oms potrebbe chiedere a singoli Paesi di fermare alcune attività, come il trasporto via terra, se pur senza obbligo di adeguamento. Ma in questo caso, essendo norme internazionali al pari di quelle Onu, il non adempimento implicherebbe l’elevazione di sanzioni. Oms che potrebbe anche inviare i suoi operatori per aiutare nella gestione della crisi, un po’ come una sorta di “Caschi Blu” con il camice bianco.

La strategia contemplata dall’Organizzazione, però, non è quella di un blocco totale dei trasporti o dell’attività lavorativa di una nazione intera, ma sembra che sia diretta verso una soluzione “cinese”, ovvero di una serie di blocchi via via più stringenti più ci si avvicina alle zone dove i contagi sono maggiori, sul modello di quanto avvenuto a Wuhan e nella provincia di Hubei. Una sorta di contenimento selettivo quindi, che vedrebbe quindi mettere in atto i protocolli dell’Oms già utilizzati per le emergenza dell’influenza aviaria H5N1 del 2005.

Verrebbe quindi creata una zona di interdizione, dove è proibito entrare o uscire, nei focolai accertati del contagio, circondata da una zona di transizione, o di buffer per usare il termine tecnico, dove vengono applicate particolari misure di sorveglianza sanitaria e autoquarantena ma senza limitare la circolazione della popolazione.

Sicuramente la dichiarazione di pandemia rappresenta un passaggio importante in più a livello burocratico, permettendo una gestione più razionale e unica dell’emergenza, ed è una tappa quasi obbligata stante gli attuali sviluppi della malattia e la dichiarazione proprio dell’Oms di a dichiarare l’emergenza sanitaria globale lo scorso 30 gennaio, cosa già avvenuta in passato per le epidemie di H1N1, Zika ed Ebola.

L’impatto per l’economia globale è pesante, ma potrebbe essere devastante se si giungesse ad una situazione in cui i provvedimenti più coercitivi venissero impiegati su vasta scala. Anche l’Italia in questo particolare momento si trova a dover far fronte ad una forte riduzione dei consumi, e quindi del lavoro, che ricade soprattutto su certe categorie come i commercianti, i ristoratori e gli addetti per il turismo. Ma se si dovesse pensare più a salvaguardare il lavoro rispetto all’esigenza di contenere il virus, nell’immediato futuro, vista la sua alta trasmissibilità, si potrebbe andare incontro a uno scenario tipo Wuhan su scala nazionale con intere province (o regioni) messe in quarantena e col blocco di ogni attività lavorativa: una situazione ben peggiore di quella attuale.

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