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Paziente deceduta all'Ospedale di Polistena, parlano i familiari

"PER NECESSITÀ DI CHIAREZZA!"

Paziente deceduta all'Ospedale di Polistena, parlano i familiari

Grazie, Dott. Amodeo,
La ringraziamo perché il suo imprudente e impudente comunicato stampa, diffuso tramite diverse testate giornalistiche, ci dà l’opportunità di fare chiarezza su quanto realmente accaduto nel reparto di cardiologia dell’ospedale di Polistena da lei diretto, il 27 febbraio u.s., contrastando in maniera netta le tante mistificazioni contenute nello stesso comunicato.
Indubbiamente avremmo preferito essere invitati da lei e fornire gli elementi necessari per la ricostruzione dei fatti in modo veritiero.
Mi presento.
Mi chiamo Vincenzo Massara e sono il secondogenito dei cinque figli, uno prematuramente scomparso, e lui sì per una gravissima patologia incurabile, della Sig.ra Ierace Caterina, quella che lei ha definito una paziente “ottantottenne” in condizioni cliniche critiche.
Vede Dott. Amodeo, quell’ottantottenne è stata moglie, madre e nonna e ancora una volta mamma di tre nipoti rimasti orfani di entrambi i genitori.
Per noi figli, Madre e mamma come lo sono tutte le madri per tutti i figli; per noi, così come per tutti, storia di affetti e di vita.
Quell’ottantottenne proviene da una famiglia perbene, conosciuta e stimata non solo nel circondario di residenza e, le migliaia di persone che si sono strette nel cordoglio della famiglia ne sono testimonianza.
Credo sia necessario, Dott. Amodeo, prima di arrivare al capitolo delle aggressioni cui lei, ripeto imprudentemente e impudentemente ha fatto riferimento, fare un piccolo resoconto della permanenza di mia madre in quel reparto.
Lo faccio poiché, per come lei ha riportato i fatti, dimostra di non aver mai avuto contezza della paziente ottantottenne se non la mattina del decesso.
Mia madre è stata ricoverata alle ore 17.00 circa del 15 di febbraio. Giunta in reparto, una Dott.ssa, ferma nel corridoio, senza fare ingresso nella stanza, nonostante invitata a dare delle rassicurazioni a mia madre (questo anche a proposito del garbo cui lei fa riferimento), si limitava a dire “vabbè avete gli esami e i farmaci? Non importa tanto rifacciamo tutto. Datele una pastinella”.
La stessa sera e il mattino dopo altri due medici, gentili e attenti, esaminano la documentazione medica assicurando che la situazione non presenta alcuna particolare criticità. Di ciò eravamo ben consapevoli per il solo fatto che mia madre nei giorni precedenti il ricovero era stata sottoposta ad una serie di esami e visite eseguiti da un noto specialista, stimato e conosciuto anche dal personale medico del suo reparto.
D’altronde, la necessità del ricovero, suggerito dallo stesso specialista, aveva come scopo, oltre ad una assistenza professionalmente mirata, anche l’accelerazione del processo di guarigione.
L’indomani, 16 febbraio, i medici di turno confermano: “ci sono le gambe un po’ gonfie, ma niente di grave”.
Il 17 febbraio, lunedì, viene visitata dallo stesso medico del mattino precedente, il quale afferma: “sta andando bene, stiamo alzando anche il ferro, la terapia con il Lasix risponde bene”. Anche mia madre nota che le gambe tornano a essere morbide e calde e che, addirittura, riesce a metterne una sull’altra.
Il 18 febbraio vengono auscultate le spalle e le si chiede se aveva già eseguito RX Torace. Mia madre risponde: “Si. L’ho fatto a casa ma anche qui, voi dovreste averle “.
Evidentemente, però, la lettura della cartella clinica nel suo reparto assume valore marginale!
Il giorno 20 febbraio potrebbe essere definito “il giorno del garbo”.
Una Dott.ssa sulle cui qualità umane e professionali (le prime trovano però corrispondenza nelle seconde) evito volentieri di soffermarmi, decide di togliere i fialoidi di Lasix perché “giunta l’ora dello svezzamento”, con il solo risultato di aver procurato un significativo rallentamento nel rilascio dei liquidi, tanto che il giorno dopo, non senza irritazione, per la decisione della Dott.ssa il medico che la visita decide di rimettere i fialoidi.
Il 22 febbraio si replica “il giorno del garbo”; la stessa Dott.ssa, si erge a primario del reparto, butta fuori tutti per l’emergenza Coronavirus e, rivolgendosi a mia sorella con evidente sproloquio dice: Gli anziani vanno tenuti a casa, dal pronto soccorso per un nonnulla ce li mandano qui, sua mamma non ha niente, non c’è nessun scompenso, il BNP è buono”. La stessa cosa ripete anche, successivamente, in mia presenza.
Passano altri due giorni tra alterne vicende, cambio di piano terapeutico e alimentare ecc.
Giorno 24 viene rivisitata da altro medico il quale riferisce a mia sorella che “è migliorata, ancora qualche giorno e poi può tornare a casa”.
Nella stessa giornata si registra il decesso della paziente che occupava la stessa stanza di mia madre.
Durante le operazioni che seguono il decesso, allontanati i familiari dalla stanza e quindi in presenza del personale sanitario e parasanitario, si verifica un episodio a dir poco sgradevole: vengono sottratti dalla borsa di mia sorella, lasciata nella stanza di degenza, 600 € di cui una parte doveva essere consegnata alla signora che assisteva mia madre durante la notte.
L’episodio è di sua conoscenza in quanto reso edotto dal suo vice, il quale chiede a mia sorella di non sporgere immediatamente denuncia perché avrebbe cercato di risolvere la questione all’interno.
La questione non è stata risolta!
Mia sorella si reca in seguito a sporgere denuncia come qualunque cittadino corretto ha il diritto e dovere di fare.
Ma questo è l’ultimo dei problemi, seppur significativo.
La stessa notte, sempre a proposito di garbo e professionalità, l’infermiere di turno si rifiuta di aiutare la signora a sistemare mia madre, che voleva soltanto essere sollevata sul letto. Si rifiuta praticando modi discutibili e poco ortodossi in spregio alle più elementari regole di professionalità.
Andiamo adesso verso il triste epilogo di questa vicenda.
Durante la giornata del 26 febbraio mia madre dice di sentire la pressione alta.
Viene effettuato ECG, controllato il ritmo, le vengono somministrate 5 gocce affinchè si possa rilassare.
Viene effettuato il prelievo, da cui risulta il dato dei globuli bianchi a 26.000, viene quindi disposto l’esame della punta del catetere e viene sottoposta a lavaggio della parte interessata; la terapia viene modificata sostituendo l’antibiotico.
Sento il dovere di sottolineare, perché certificato dagli esami fatti immediatamente prima del ricovero, che questi valori erano distanti notevolmente dai quei risultati, fermi a 9.000, quindi nel normale range. Esami tutti consegnati alla Dott.ssa di turno al momento del ricovero e, probabilmente mai considerati.
Sempre a proposito di garbo e professionalità, all’alba della mattina del 27, l’infermiere di turno, con toni alterati e inopportuni, senza alcuna plausibile ragione, obbliga la signora che assisteva mia madre durante la notte, ad uscire dalla stanza e dal reparto, facendo sentire la sua voce rimbombare in tutto il corridoio e non permettendo a alcuno di avvicendarsi per l’assistenza dovuta.
I miei fratelli, avendo appreso che mia madre non aveva riposato durante la notte e che avvertiva dei dolori, chiedevano di poter conferire con lei, Dott. Amodeo.
In questa occasione lei, prima ancora di aver esaminato la cartella, incomincia a parlare di tasso di mortalità degli anziani, a causa dello scompenso cardiaco, facendo riferimento anche a sua madre coetanea della mia.
Allorché, nel sentire queste affermazioni e non riuscendo a capire l’attinenza, con ingenuità, i miei fratelli le chiedevano per quale motivo lei stesse affrontando questo argomento, nel mentre tutti i medici che si erano alternati nei dodici giorni di degenza, mai avevano parlato di situazione di gravità. Lei come risposta ha ripetuto questo brocardo dialettale: “ cu cunta menti la junta”.
Le vorrei ricordare che sono stati i miei fratelli a informarla che nostra madre, quella mattina aveva i globuli bianchi a 26.000, dimostrando di essere all’oscuro circa le sue condizioni. Una delle mie sorelle la invitava a visionare i risultati delle analisi a ritroso, increduli che lei e i medici che si sono alternati durante la degenza NON vi foste accorti del progressivo aumento dei suddetti valori, che naturalmente indicavano un'infezione che andava prontamente curata con adeguato antibiotico. Ma Lei, senza curarsi molto di quanto le veniva esposto e minimizzando sull'infezione, dopo aver visionato solo tre dei risultati, provvedeva a chiudere celermente la cartella. In questo frangente i miei fratelli la informavano che era stato richiesto dal medico di turno della sera prima, l'esame della punta del catetere. Il colloquio si è concluso con la sua frase: “Tranquilli, adesso vediamo, voi fate riferimento soltanto a me”. Stretta di mano e ringraziamenti da parte dei miei fratelli.
Ore 11.20 lei, Dott. Amodeo, entra da mia madre accompagnato da un medico volontario per eseguire un ecocardiogramma, dicendo, inoltre, che verrà eseguito anche un eco-addome; alla domanda di mia sorella incrontandola in sala d‘aspetto Lei risponde: “ci vediamo dopo”.
Un dopo che non c’è stato!
Infatti a distanza di pochi minuti, fa ingresso nella stanza la Dott.ssa, sulla quale già prima ho evitato di soffermarmi, che chiede se mia mamma soffrisse di diverticolite, “le dobbiamo fare un eco-addome”; chiede se avesse mangiato e mia sorella risponde, “ha bevuto un succo e la colazione da voi prescritta”. La stessa Dott.ssa si dimostra contrariata ma mia sorella precisa che nessuno ha indicazioni a proposito.
Domanda. A chi è stato detto che mia mamma non doveva mangiare? E quando? E’ opportuno, a mio avviso, ricordare l’orario della sua visita: ore 11.20!
Ritorna ancora la stessa Dott.ssa dicendo che avrebbero fatto una Tac con contrasto, chiedendo se in precedenza l’avesse mai fatta. Mia madre, non certo moribonda ma attenta a ciò che stava accadendo intorno a lei, risponde che l’aveva fatta circa vent’anni prima a Siderno. Alle resistenze delle mie sorelle,- le riferivano infatti, che aveva fatto colazione e aveva bevuto il succo e che bisognava accertarsi che non fosse allergica al mezzo di contrasto-, la Dott.ssa rispondeva: “no, no, la può fare”.
Uscendo dalla stanza mia sorella intravede lei, Dott. Amodeo, a colloquio con una persona, si avvicina e chiedendo cortesemente scusa le rivolge la domanda che chiunque avrebbe fatto: “come mai bisognava eseguire la Tac?”. A questa domanda lei testualmente risponde ridendo: “Perché non c’è l’ecografista, ormai qui dovremo fare anche gli ostetrici”.
Dott. Amodeo, di lei non abbiamo più avuto notizie!
La stessa Dott.ssa chiede a mia sorella di firmare il consenso informato e mia madre viene portata in radiologia accompagnata dalle mie sorelle.
Dopo solo pochi minuti si sente mia madre gridare, mia sorella in fondo al corridoio, fuori dalla porta, come prescritto dalle regole, chiede con angoscia cosa stesse succedendo, perchè mia madre stesse gridando; intuendo che stesse accadendo qualcosa chiede di non procedere, di fermarsi. Dopo tali comprensibili esternazioni un'operatrice raggiunge la porta e gliela sbatte in faccia richiudendosela alle spalle e lasciando nel più completo sconforto e nell’assoluta ignoranza su quanto stava accadendo, i miei fratelli.
Altri pochi tragici minuti e accorre il personale del reparto di rianimazione, la stessa dottoressa che ha ordinato l'esame, un'infermiera con l'elettrocardiografo, tutto nella confusione più totale.
Pochi minuti ancora e i rianimatori escono, esce anche la ben nota Dott.ssa e via via tutti gli altri in un silenzio vigliacco e agghiacciante alla domanda disperata delle mie sorelle su cosa fosse accaduto, la dottoressa risponde solo con un fugace “mi dispiace” e corre via di tutta fretta in ascensore.
Mia mamma era morta! Dieci minuti per spegnere la vita dell’ottantottenne mamma.
Io già per strada, non ho avuto nemmeno il tempo di arrivare per poterla salutare.
L’ottantottenne non c’era più!
Per lei un’anziana paziente, per noi figli la nostra storia!
Arrivati in reparto abbiamo bussato alla porta della Dott.ssa per chiedere spiegazioni, non rispondendo, io stesso ho aperto la porta trovando la Dott.ssa con la cartella clinica in mano, fogli sparsi sulla scrivania con l’evidente intento manipolatorio.
Ho immediatamente chiesto alla Dott.ssa di non toccare la cartella fino all’arrivo della polizia di stato che nel frattempo da noi stessi era stata avvertita. Ho invitato la Dott.ssa con toni accesi, questo si, a chiudere la porta fino all’arrivo della polizia.
Dott. Amodeo la polizia non ha dovuto sedare alcunché.
Nessuna aggressione è mai stata fatta né da me né dai miei fratelli. Siamo gente perbene a cui nell’arco di dieci minuti è stata tolta la mamma.
Di certo, glielo assicuro, la supponenza, l’arroganza, l’insensibilità di quella Dott.ssa avrebbe meritato veramente molto di più di un’aggressione fisica, che purtroppo o per fortuna non rientra nel costume della mia famiglia.
Dott. Amodeo, lei dice nel suo comunicato, in maniera ambigua, che abbiamo tempestivamente ritirato la denuncia per “motivi facilmente intuibili”.
Ebbene Dott. Amodeo, sa perché io personalmente ho provveduto a chiamare l’Ispettore della Polizia di Stato, che ringrazio per l’attenzione e la gentilezza…
L’ho ritirata Dott. Amodeo, perché le mie sorelle si sono opposte al necessario esame autoptico, non volevano che il corpo della mamma venisse ancora una volta martoriato e vilipeso. Abbiamo voluto starle vicino, accarezzarla, ammirarla come lei ha sempre fatto con noi. Le è difficile comprendere questo?
Questo è il motivo!
Ci dica lei invece, il motivo della decisione di eseguire su una paziente, che lei ha definito, dopo l’accaduto però, a rischio per età o per motivi clinici che lei (e non noi) doveva conoscere; ci dica lei perché si è proceduto senza aver fatto gli opportuni e scrupolosi controlli e la dovuta preparazione; ci dica lei perché ha deciso di sottoporre una paziente che lei definisce “critica” ad un esame così invasivo al posto di una semplice ecografia?
Tutto ciò non trova nota alcuna nel suo comunicato stampa! Un omissis, a dir poco voluto, facendo intendere che nostra Madre è arrivata grave, si è sempre più aggravata e che semplicemente noi non abbiamo accettato la sua morte!
Dott. Amodeo, le assicuro che lei ha mal interpretato i fatti a lei riportati e con il suo comunicato ha avallato una serie di negligenze, prima fra tutte la somministrazione di un “mezzo di contrasto” senza i relativi esami in una paziente che, come da lei detto quella stessa mattina, detto per la prima volta, versava in condizioni critiche.
Cavalcare l’onda mediatica delle aggressioni, potrebbe essere anche lecito, ma non in questo caso dove le aggressioni non ci sono state tantomeno le minacce, e dove probabilmente le hanno riportato notizie distorte, la cui prudenza avrebbe suggerito di accertarne la veridicità.
Lei prima di diffondere quelle mistificazioni, avrebbe dovuto accertare la verità dei fatti; fatti che indubbiamente sto riportando con la pena e il dolore di un figlio che non ha potuto salutare la propria madre: forse mia madre, nostra madre aveva ormai poco tempo davanti, o forse avremmo ancora goduto della sua presenza e del suo dolce e amorevole sguardo, per un tempo che nessuno può conoscere, ma questo non doveva dipendere dall’imperizia dell’uomo.
Né è stato ritenuto opportuno dare alcuna spiegazione a dei figli che hanno messo la propria madre nelle mani di persone “competenti”. Nell’arco di dieci minuti, l’ottattottenne, entrata viva, lucida, accompagnata dagli sguardi dei suoi figli, dopo aver lanciato un urlo, si è spenta: nessuna parola, solo indifferente silenzio. Ancora oggi non ci sono state riferite le cause della sua morte.
Nonostante ciò, è giusto che lei sappia che non ci sono state minacce o aggressioni, solo una reazione da parte di chi si è fidato e ha creduto nella competenza, nella professionalità e nell’umanità puntualmente smentite da ciò che si è verificato.
Siamo amareggiati della strumentalizzazione da lei fatta; riusciamo, però, a comprendere anche il motivo.
Ma ciò non l’autorizza a mistificare una situazione che, se analizzata con verità, pone in evidenza responsabilità gravi da parte di chi si è approcciato con superficialità.
Ci chiediamo inoltre, se i fatti sono andati come da lei affermato, perché l’aggressione di cui si dice vittima, non è stata immediatamente denunciata nonostante la presenza, in quei momenti degli agenti della polizia di Stato?
Vede, crediamo che nel suo tentativo mistificatorio sia sfuggito, un particolare importante: la discussione con la dott.ssa è avvenuta in presenza degli agenti e diversi sono i testimoni nel momento in cui la porta dello studio della dott.ssa è stata aperta: la “signora” stava maneggiando fogli che appartenevano alla cartella clinica e che frettolosamente ha ricomposto all’interno della stessa cartella.
Temo che la sua ricostruzione sia fallace o forse si potrebbe interpretare come atto di attacco-difesa alla richiesta di copia della cartella clinica avanzata il 3 marzo e ancora non soddisfatta.
Ma di tutto questo Dott. Amodeo, eventualmente, avremo occasione di riparlarne nelle sedi opportune.
Consideriamo gravi, infondate e infamanti le sue accuse e la invitiamo a riflettere sulla verità dei fatti assumendo ogni consequenziale e opportuno atteggiamento.
Primo tra questi, inviare immediata smentita a tutti gli organi di stampa che ha ritenuto di coinvolgere, unitamente a lettera ufficiale di scuse.
Potrebbe rappresentare un primo atto di ravvedimento.
Con saluti.
Vincenzo Massara
Luigi Giuseppe Massara
Consolata Massara
Carmela Massara
09-03-2020 

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