Subscribe Us

Ragusa, città della prima quarantena


Quarantena. La prima, storica decisione di isolare un gruppo di persone per provare a debellare una malattia infettiva, venne presa il 27 luglio 1377 nella città dalmata di Ragusa, l’attuale Dubrovnik. Il nemico da combattere era la Peste Nera, la spaventosa epidemia che dal 1347 in più riprese sterminò oltre 30 milioni di persone, circa un terzo della popolazione europea.

Ragusa medievale in una rappresentazione di Konrad Von Grünenberg, un cavaliere tedesco del sec. XV che scrisse un diario illustrato del suo pellegrinaggio verso la Terra Santa
Un isolamento letterale: a Ragusa i malati vennero confinati per un periodo di almeno quattro settimane su scogli disabitati, lontani dalla città. Questo mese di separazione forzata, all’inizio veniva chiamato “trentino”. Ma nel Quattrocento, a Venezia, fu allungato a quaranta giorni. E il nuovo tempo della contumacia nel dialetto veneto diventò quarantena, ad indicare i quaranta giorni del tempo massimo utile per superare la fase acuta di ogni malattia, senza ulteriore possibilità di contagio.

Il lazzaretto, luogo destinato per eccellenza ai malati contagiosi, nacque nel 1423 quando gli equipaggi delle navi che provenivano dalle zone infette furono costretti dai veneziani a una sosta obbligata nell’isola di Santa Maria di Nazareth. Quel luogo, chiamato nazaretto, per assonanza con il nome di Lazzaro, risuscitato da Gesù dal sepolcro, diventò lazzaretto. La segregazione forzata servì a limitare il contagio. Anche se soltanto nel 1464, di fronte al ritorno della peste, Pisa seguì l’esempio veneziano, insieme a Firenze (1479) e Milano (1489)

IL NUMERO DI NUOVA VITA Perché proprio quaranta giorni? Già Ippocrate, il medico greco fondatore della medicina scientifica, credeva che fosse quello il tempo giusto per riemergere dal male e ritrovare la salute. Un numero simbolico anche per gli astronomi babilonesi: associavano il tempo delle quattro decadi tra i mesi di aprile e di maggio in cui le Pleiadi, sette stelle luminose ospitate nella costellazione del Toro non erano più visibili, con le terribili inondazioni che nello stesso periodo flagellavano la Mesopotamia. Catastrofiche ma vitali per l’agricoltura.
Nella cultura ebraica quaranta anni era il tempo di una generazione. Il popolo ebraico vagò nel deserto per 40 lunghi anni prima di raggiungere la Terra promessa. Quaranta anni fu il tempo di durata della punizione dell’Egitto (Ezechiele 29). Isacco scelse di attendere quaranta anni prima di costruire la sua famiglia. E i maschi potevano iniziare lo studio della Kabbalah, la sapienza mistica e spirituale raccolta nella Bibbia, solo dopo aver compiuto 40 anni di vita. Quaranta giorni era il periodo della penitenza e della purificazione. Quasi una morte, capace però di anticipare una rinascita. Il diluvio universale, ricorda l’Antico Testamento, durò 40 giorni e 40 notti. E Noè ne attese altri 40 prima di uscire dall’arca (Genesi 6 – 9). Mosè restò sul monte Sinai 40 giorni e 40 notti (Esodo 24) prima di ricevere le “dieci parole” di Dio. Golia sfidò Israele per 40 giorni di seguito prima d’essere atterrato dalla provvidenziale fionda di Davide (1 Samuele 17). E anche Elia camminò per 40 giorni e 40 notti fino all’altura dell’Oreb, l’altro nome del Sinai, dove Dio gli si manifestò attraverso il mormorio di un vento leggero (1Re 19). Il profeta Giona ammoniva: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta”. Gesù rimase a digiunare nel deserto per quaranta giorni. E ascese al cielo quaranta giorni dopo la resurrezione. Nella liturgia cristiana la Quaresima che dura quaranta giorni, è il tempo particolare di preparazione alla Pasqua che serve a favorire un cammino di rinnovamento spirituale. Quaranta era il numero perfetto anche secondo Sant’Agostino.

MORS NIGRA Quando i governanti di Ragusa segregarono per legge i marinai e i mercanti in odor di contagio, erano passati venti anni dalla prima comparsa in Europa della cosiddetta Peste Nera (1347). Non a caso chiamata così dal latino peius: la “malattia peggiore”. Una pestis, che come altre gravi epidemie portava rovina e distruzione. Nera per le macchie livide e scure che comparivano sulla pelle e sulle mucose dei malati. Mors nigra, alle quale, anche per gli astrologi, “le nazioni si arresero”. Incubo ricorrente per le genti d’Europa. Anche dopo il Trecento, almeno per i successivi tre secoli, quando riapparve, in modo ciclico ogni 10-12 anni con tutto il suo carico di morte e paura.

ENFIATURE E GAVOCCIOLI La medicina del tempo riteneva che la trasmissione del flagello avvenisse per la “corruzione dell’aria”. In realtà la malattia era trasmessa da un batterio, che oggi chiamiamo Yersinia Pestis dal nome del batteriologo dell’istituto Pasteur Alexandre Yersin che lo scoprì nel 1894. Il batterio, trasportato dalle pulci ospiti dei ratti infetti, veniva poi trasmesso all’uomo. La spaventosa malattia si propagava attraverso le vie respiratorie dopo una incubazione di poche ore. L’annuncio della morte arrivava con la nausea, il vomito, la cute annerita, un forte mal di testa e la febbre alta. Sintomi accompagnati dalla comparsa sul corpo dei malati di linfonodi dolenti e ingrossati, i cosiddetti bubboni, descritti da Boccaccio nell’introduzione al Decamerone: “Certe enfiature quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo…le quali i volgari nominavan gavoccioli”.

IL LANCIO DEI CADAVERI Gli studi recenti ci dicono che il focolaio dell’epidemia di peste fu l’area intorno al lago Balkhash, nell’attuale Kazakistan. Il contagiò si propagò ad incredibile velocità: da Tabriz a Astrakan, risalendo il Volga fino al Don per poi ridiscendere verso il Mar Nero e invadere la penisola di Crimea. Arrivò in Europa a causa di una specie di guerra batteriologica ante litteram, scatenata dalle tribù tatare e dai Mongoli che assediavano Caffa, la ricca colonia genovese sulla via dell’Oriente. Le armate nomadi erano comandate da Ganī Bek, un discendente di Gengis Khan. La peste aveva già infettato i soldati dell’Orda d’Oro. Il khan sapeva di avere sempre meno tempo per vincere la guerra. Decise allora un’ultima mossa crudele: ordinò di catapultare i cadaveri infetti dei suoi uomini oltre le mura. Il notaio piacentino Gabriele de Mussi raccontò l’orrore di quei giorni: “Legarono i cadaveri su catapulte e li lanciarono all’interno della città, perché tutti morissero di quella peste insopportabile. I cadaveri lanciati si spargevano ovunque e i cristiani non avevano modo né di liberarsene né di fuggire”. Appena l’esercito degli appestati di Ganī Bek allentò l’assedio, alcune decine di mercanti genovesi con le loro navi cariche di spezie, di sete e di grano della Crimea, fecero in fretta e furia rotta verso occidente. Approdarono a Costantinopoli. Poi raggiunsero l’Italia. In quasi tre settimane di un penoso viaggio, l’epidemia esplose in tutta la sua virulenza. Nella sua Historia Siculorum il francescano Michele da Piazza annotò l’arrivo di dodici imbarcazioni nel porto di Messina.

Erano i primi giorni del mese di ottobre 1346. Bastarono pochi contatti fra gli abitanti della città siciliana e gli equipaggi, già decimati dalla peste: in pochi giorni l’epidemia dilagò in tutti i territori circostanti. I marinai furono scacciati con la forza. La flotta proseguì il suo disperato viaggio verso Genova che però negò l’ingresso nel porto ai suoi concittadini. Marsiglia, che accolse i marinai il 1 novembre, diventò la porta del contagio per tutta l’Europa. La peste invase i porti atlantici, inglesi, francesi e danesi. E colpì pressoché tutte le grandi città. Compresa Avignone, allora sede della corte pontificia, dove insieme a metà della popolazione morirono 6 cardinali e 93 membri della curia. Solo poche aree d’Europa vennero risparmiate dal flagello: la Fiandra, la Boemia, la Polonia e Milano che in quel periodo era di fatto isolata a causa della guerra contro i Gonzaga.
Guy de Chauliac, medico della corte papale, descrisse la desolazione di quei mesi: “Si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata”. Insieme alla malattia e alle stragi, si moltiplicarono le processioni, le preghiere, i digiuni, le opere pie, i voti collettivi. Assembramenti che peggiorarono la situazione e alimentarono il contagio.

TRE TUTORI A VENEZIA La Repubblica di Venezia, duramente colpita dal contagio, rispose in modo deciso: fin dai primi giorni dell’insorgere dell’epidemia istituì una magistratura speciale composta da tre tutori della salute pubblica. All’inizio del 1348 i Provveditori alla Sanità Nicola Venier, Marco Querini e Paolo Bellegni ordinarono che i cadaveri degli appestati venissero raccolti su due isole abbandonate, San Leonardo di Fossamala e San Marco in Boccalama. Quando non ci fu più spazio i morti furono sistemati a San Martino di Strada e a S. Erasmo. Fu introdotto anche l’obbligo di denuncia dei malati. Ma non bastò murare le case dei contagiati, bruciare gli oggetti che si pensavano infetti e spargere la calce viva su tombe sempre più numerose. I macabri conteggi stilati alla fine della pestilenza ci dicono che nella bella e grande città che allora contava almeno 110mila abitanti, morì almeno la metà degli abitanti. Cinquanta antiche famiglie si estinsero. Nel 1374 il governo dei dogi arrivò a vietare l’ingresso in laguna alle navi. Nello stesso periodo Barnabò Visconti, signore di Milano e di altre terre lombarde, bloccò per dieci giorni l’accesso alle porte di Reggio Emilia a chiunque fosse sospettato di poter trasmettere il contagio. Ma a meno di venti anni dalla comparsa della peste, nessuna misura sembrava in grado di arginare il panico e la morte.

IL RIMEDIO DI JACOBO A Ragusa la Peste Nera arrivò il 15 gennaio 1348. Fu “orrendissima e crudelissima”, come scrisse quasi duecento anni dopo lo storico Niccolò Ragnina. Nella prima fase l’epidemia durò quasi tre anni e provocò più di 7mila morti a fronte di una popolazione che non arrivava a 30mila abitanti. La peste ricomparve per altre quattro volte tra il 1361 e il 1374. La prima, specifica legge sull’isolamento forzato di persone, animali e merci fu emanata il 27 luglio 1377. Il documento originale della prima quarantena della storia è conservato negli archivi ragusei. Nel Liber Viridis, un volume di color verde che raccoglieva tutte le leggi, fu scritto: “Chiunque provenga dalle terre infette non deve entrare a Ragusa o nel suo territorio” (“Veniens de locis pestiferis non intret Ragusium nel districtum”). Non si voleva arrivare alla chiusura completa del porto né fermare il traffico delle merci, vitale per l’economia della città. Ai passeggeri delle navi e alle carovane che arrivavano via terra venne imposto di attendere 30 giorni prima di poter entrare in città. L’operazione di salute pubblica fu costruita nei minimi dettagli. La quarantena scattò in due luoghi distinti: l’isola di Mercana, riservata all’isolamento forzato dei marinai, dei mercanti e dei viaggiatori che giungevano via mare e Cavtat, l’antico abitato di Ragusa Vecchia, qualche chilometro più a sud della città nuova, dove fu allestito il ricovero delle carovane cariche di merci che arrivavano dalla terraferma. Negli anni successivi anche altre isole, Bobara, Supetar e Lokrum, si trasformarono in luoghi temporanei di confino. I primi rifugi, non erano protetti. E gli esiliati, seppure riforniti di acqua e cibo dalle barche che facevano la spola dal centro cittadino, erano esposti alla pioggia, al freddo, al vento o alla calura estiva. Vennero così costruite delle baracche di legno che poi, alla fine di ogni quarantena, venivano bruciate insieme alle suppellettili degli appestati. Ma il governo raguseo si preoccupava anche di rimborsare gli ospiti della quarantena per i danni subiti alle proprietà personali.
A sovrintendere tutte le prime operazioni sanitarie c’era Jacobo da Padova, il physicus civitatis, l’ufficiale medico responsabile della sanità cittadina assunto dallo stato.

RESPUBLICA INDIPENDENTE Ragusa aveva conquistato soltanto da pochi anni una faticosa autonomia politica, dopo un secolo e mezzo di dominio lagunare. Venezia, sfiancata da una estenuante guerra contro il Regno d’Ungheria appoggiato nelle campagne venete dalle aggressive truppe di Padova, fu costretta a subire la Pace di Zara, firmata il 18 febbraio 1358. Dovette così accettare le dure condizioni imposte da Re Luigi I, figlio primogenito di Carlo Roberto d’Angiò e erede della corona magiara: tutti i territori della Dalmazia, dal Quarnaro a Durazzo insieme con le isole, passarono all’ambizioso e potente re ungherese. Il suo alleato Francesco da Carrara, signore di Padova, in cambio della fine degli estenuanti scontri nelle campagne trevigiane, ottenne invece di poter fare incetta di grandi quantità di sale e di costruire mulini e fortificazioni nell’entroterra senza che Venezia potesse più intervenire. Il doge Giovanni Dolfin rinunciò al titolo di “Duca di Dalmazia e Croazia” che era stato assunto ben due secoli prima da Vitale Falier. E Zara diventò la nuova capitale del Regno di Dalmazia.
In questa situazione, Ragusa trovò il modo per ottenere una formale indipendenza: si riconobbe vassalla di Luigi I, si impegnò a pagare al sovrano un tributo annuo di 500 ducati, a cantare laudes in cattedrale in onore del nuovo re, e in caso di guerra, a mettere a disposizione delle armate ungheresi qualche buona galea. Ma di fatto si emancipò e iniziò un percorso di autonomia politica che a partire dal 1403 portò la Communitas Ragusina a definirsi con orgoglio Respublica. Una forma di governo che tra alterne vicende durò fino al 1808, quando Napoleone inglobò Ragusa nel Regno d’Italia.

RUPI E QUERCE I romani d’oriente chiamavano la città Lausa. In greco ξαυ, xau, vuol dire “precipizio” o “rupe”. Costantino Porfirogenito in un suo celebre passo spiegava che i Lausaioi, erano “quelli che vivono sulla rupe”. La corruzione del nome, nell’uso comune, portò poi ai Rausaioi. Da cui Ragusa. Ma già nel XII secolo la città costruita su uno scoglio a precipizio sul mare veniva chiamata in tutto il mondo slavo Dubrovnik. In croato la parola dubrava indica un bosco di querce, le stesse che all’epoca infittivano le pendici del monte San Sergio (in croato Srđ) che proteggeva sia dalla bora che dai barbari la città antica prima che sorgesse una nuova civitas. I Turchi più tardi chiameranno Ragusa anche Dobro-Venedik, che significa Buona Venezia.

LA CASTA DEI NOBILI RAGUSEI Il potere era un privilegio di pochi. Spettava solo ai patrizi che sostenevano di discendere dalle famiglie romane che nel lontano 614, in fuga da Epidaurus, l’antica civitas, assediata dai barbari slavi, trovarono rifugio sull’isolotto di Ragusium.
Nel sistema oligarchico i cittadini di origine slava e i contadini erano esclusi da qualunque potere decisionale. E erano vietati anche i matrimoni misti. Nel Trecento queste antiche famiglie, di fatto proprietarie della città-stato, erano 90. Alla fine del Medioevo ne rimarranno soltanto 9.
La Costituzione di Ragusa, promulgata nel 1272 dal conte veneziano Marco Giustiniani, era modellata sulle leggi della Repubblica di Venezia: il Libro degli Statuti (Liber statutorum civitatis Ragusii) prevedeva che al vertice del sistema ci fosse un Rettore. Come il doge veneziano, aveva pochi poteri e compiti quasi soltanto di rappresentanza. Ma a differenza del dux lagunare, eletto a vita, era a scadenza. Per evitare anche solo la voglia di una tentazione autoritaria, i nobili ragusei pensarono bene di ridurre al massimo il tempo dell’alta carica: prima 6 mesi, poi 3. Finché il “doge raguseo”, chiamato “Sua Serenità”, salvo casi eccezionali, iniziò a rimanere in carica solo per un mese. Così, dal 1358 al 1808, nella piccola repubblica marinara si alternarono più di 5000 rettori. Li eleggeva il Consiglio Maggiore, supremo organo legislativo: un club ancora più chiuso, soprattutto a partire dal 1332 quando per legge venne impedita la creazione di nuove famiglie nobili. Nel Salone del Gran Consiglio campeggiava una scritta, un monito per chi esercitava un potere sovrano: Oblite privatorum, publica curate (Dimenticate i vostri privati interessi e abbiate cura di quelli pubblici). Il governo spettava invece al Minor Consiglio, composto da 12 senatori.

SANITÀ GRATUITA E “BONI MEDESI”… La salute pubblica era da sempre la principale preoccupazione della piccola repubblica marinara. Ragusa fu il primo stato d’Europa, nel 1301, ad assicurare per legge un servizio sanitario gratuito per tutti i suoi cittadini, di qualunque condizione sociale. Gli statuti ricordano: “Le cure mediche spettano a chiunque viva nel territorio raguseo”. Già nel 1296, sulla rupe era stato costruito uno dei primi sistemi fognari dell’età medievale. Così efficiente che ancora oggi è in funzione. Nel 1317 all’interno del convento francescano venne aperta la prima farmacia pubblica d’Europa. Nel 1347, l’anno della peste nera, lo stato si preoccupò anche di creare quello che forse fu il primo centro di assistenza al mondo riservato agli anziani. Meno di un secolo dopo, nel 1432, una parte del Monastero di Santa Chiara fu adibito ad orfanotrofio pubblico.
Ragusa cercava medici ovunque. E li pagava bene. Nel Duecento la maggior parte dei physici e dei cerusici veniva reclutata a Venezia, nel Regno di Napoli e anche nella Marca. Fino ai primi decenni del XIV secolo il ruolo di ufficiale medico fu appannaggio quasi esclusivo dei salernitani, eredi della prima e più importante tradizione medica d’Europa.
Ma a partire dagli anni Quaranta del Trecento i governanti ragusei iniziarono ad assumere medici provenienti dalle quotate università bolognesi e padovane. Il prezzo di ingaggio non era un problema. L’importante è che si trattasse di “boni medesi”. Esemplare, a questo riguardo, una lettera d’incarico inviata nel 1359 dal rettore Giovanni de Bona a tre “nobili e dileti zitadin”, che vivevano in Italia, responsabili di un incarico importante e delicato, quasi da agenti segreti: “Vuy debie esser syndigi et procuradori del nostro comun azerchar de uno bon medico in cirosia in Venezia(…) Et se in Venesia non podesi aver algun de questi in, et vuy pone la sorte intro de vuy, qual debia andar fuori de Venesia a cerchar (…) Et de bia andar a zercar a Padoa. A se a Padoa non se podesse aver, debia andar a Bologna al espiese del nostro comun, per che semo consiliadi, che la se trovara a Bologna de boni medesi”.

IL MERCATO DELLA PUGLIA Ragusa dopo il flagello della Peste Nera riemerse più forte di prima. La sua “zente de mar”, dal ricco mercante all’ultimo dei marinai, aveva una vocazione innata per il commercio. Filippo Diversi, un esule lucchese che trovò lavoro a Ragusa come insegnante alla metà del Quattrocento, spiegò bene questa attitudine: “Il territorio di Ragusa sia perché infecondo sia perché alquanto popoloso, non rende molto, talché con questa terra nessuno potrebbe mantenere la propria famiglia (…). Per questo è necessario dedicarsi al commercio”.
Più che una scelta dunque, una necessità. Fu il grande mercato del sud dell’Italia che sorresse Ragusa nel momento della crisi e fece da trampolino per il rilancio economico. Affari diplomazia marciarono insieme.
Con Molfetta c’era già un antico trattato di scambio che risaliva addirittura al 1148. Alla fine del Trecento si firmarono altri accordi commerciali. Con poca, arida terra da coltivare, la piccola repubblica marinara era costretta ad importare quasi tutto dalla vicina Puglia: olio, grano, vino, ortaggi, frutta, carne sotto sale e persino il pesce. I ragusei compravano anche la lana, su cui costruirono le loro fortune trasformando la città dalmata in uno dei centri tessili più importanti del Mediterraneo. Fu fondamentale anche l’alleanza politica con il re di Napoli che esentò le navi dalmate dal pagamento delle tasse portuali. La flotta mercantile cresceva insieme alla città. Anche grazie ad una forte immigrazione di mercanti catalani e fiorentini, sempre più inseriti nella vita cittadina.

“NAVIGARE ALLA RAGUSEA” I nuovi commerci si aggiungevano a quelli degli schiavi, delle spezie, del rame, della cera, dei metalli preziosi e del cinabro, il minerale rosso dal quale si poteva estrarre il mercurio, usato nelle pitture e nelle miniature oltre che nelle pratiche alchemiche. Nel giro di qualche decennio Ragusa arrivò a controllare anche quasi tutto il commercio del sale tra l’area balcanica e la penisola italiana.
La grande ricchezza e le transazioni continue di denaro portarono anche alla nascita di un detto, “raguseo”, ad indicare, in senso spregiativo, gli strozzini e gli usurai. Ma la “società chiusa” dei patrizi ragusei, se nascondeva le chiavi del potere a chi non era nato nobile, concedeva di continuo nuove opportunità anche ad altre categorie sociali. Così, un altro modo di dire fece fortuna nei porti d’Europa: “navigare alla ragusea”. Indicava un accordo grazie al quale anche i marinai partecipavano ai guadagni dei mercanti e dell’armatore.

L’ARGENTO E LE CARACCHE Il grano dalla Puglia, i panni dai principali empori d’Europa, l’argento dai Balcani: per secoli Ragusa fu al centro delle principali rotte del commercio, in una incessante attività di import-export. Grazie alle sue navi, le belle e veloci caracche, tanto famose che anche Shakespeare nel “Mercante di Venezia” (atto I, scena I) ne lodò l’agilità e l’eleganza.
La città, che batteva moneta propria già dal XII secolo, era ormai una tappa obbligata per tutti i mercanti che puntavano a Costantinopoli che le carovane potevano raggiungere via terra in 24 giorni. Molto stretti erano i rapporti con Rimini e Ferrara. E soprattutto con Ancona. Le merci dal Mar Nero, via Ragusa, passavano sull’altra sponda dell’Adriatico e proseguivano via terra per Firenze. Poi, sull’Arno, raggiungevano Livorno, fino alla penisola iberica e all’Inghilterra.
Nel 1373 ottenne una dispensa da papa Urbano per la navigazione “ad partes infedelium”. Così, pur pagando un tributo, comunque vantaggioso, la maggior parte del traffico tra l’Italia e il porto anatolico di Bursa passava per la piccola repubblica, collegata di continuo anche ai grandi porti tirrenici di Genova e Pisa. E comunque legata, al di là della continua e sospettosa rivalità, anche con Venezia, città nemica per eccellenza.
Una specie di “Hong Kong dei Balcani ottomani”, secondo lo storico inglese Noel Malcolm. Nel giro di 150 anni, fra il 1300 e il 1450 la ricchezza disponibile quadruplicò. In anticipo su tutti gli altri stati europei, nel 1395, la città approvò una legge di assicurazione marittima.
In 30 diversi centri della Turchia operavano ormai in modo permanente quasi 300 mercanti ragusei. Da Barletta a Sofia, da Costantinopoli ad Alessandria d’Egitto, le colonie della minuscola città-stato si moltiplicarono e si arricchirono di fondaci, chiese ed ospedali. Una succursale ragusea nacque persino a Goa, in India, intorno a una chiesa dedicata all’amato patrono San Biagio.

DUE CHILOMETRI DI MURA Con la ricchezza cresceva il bisogno di sicurezza. Le mura furono rafforzate per tutto il XIV secolo con l’innalzamento di quindici torri quadrate, a protezione sia del porto, chiuso ogni sera con una catena, sia dell’entroterra. I lavori continuarono per altri due secoli. Due chilometri di mura cingono ancora oggi la città. La meraviglia dei turisti è la stessa che nel 1485 colse un pellegrino di Mons che nel suo diario annotò: “E’ una città così grandemente fortificata che non ne esiste una simile in alcuna altra parte del mondo: ha forti bastioni, torri, due profondi fossati e, tra di essi, solide mura e merlature; tutto è costruito in pietra squadrata”.

PARLARE ITALIANO Gli abitanti di Ragusa, racchiusi in una enclave romana e cattolica dentro un modo slavo e musulmano, insieme all’italiano e ai dialetti slavi parlavano anche il dalmatico, una lingua neolatina che però scomparve alla fine del Quattrocento. I documenti pubblici erano vergati sia in latino che in italiano. Nel 1472 l’italiano diventò la lingua ufficiale dello stato. Da allora le classi dirigenti si sforzarono di parlarlo con un accento toscano al posto del veneziano che era stato utilizzato per secoli. Del resto i rapporti con Firenze erano strettissimi. E non solo per i commerci. A Ragusa nel 1332, da una famiglia di mercanti di origine fiorentina, nacque il novelliere Franco Sacchetti. Poliziano lodava “i ragusei per quanto offrivano alla cultura italiana”. Benedetto Cotrugli (1416-1419), nato a Ragusa e morto a L’Aquila, scrisse Della mercatura et del mercante perfetto, la prima pubblicazione italiana sulla scienza commerciale. Molti scrittori rielaborarono in italiano le saghe del popolo slavo. Altri scrissero indifferentemente in italiano, latino e croato. Un gran numero di artisti, pittori, artigiani, architetti e musicisti di lingua italiana lavorarono su tutte e due le sponde dell’Adriatico. Il Palazzo dei Rettori, i Chiostri e il Palazzo della Zecca furono realizzati da architetti che arrivavano dall’Italia. A Livorno riaffiorano cognomi come Raùgi o Raugèi. A Firenze c’era la Strada dei Ragusei. E a Venezia, vicino alla stazione ferroviaria, ai Carmini, si può passeggiare ancora per la Calle dei Ragusei o attraversare il bel Ponte dei Ragusei ricostruito in ghisa nell’Ottocento. Nella raccolta di novelle Mille e una notte sono nominate, oltre a Costantinopoli, solo sei città, tutte italiane: Roma, Venezia, Genova, Pisa, Zara e Ragusa.

“FRANCHISIA” PER TUTTI La fortezza di Lovrijenac, fuori dalle mura, a 37 metri di altezza sul livello del mare, è una sentinella di pietra a protezione della città. È la Fortezza Rossa di Approdo del Re della serie televisiva del Trono di Spade. Una leggenda assicura che fu costruita in appena tre mesi, con il lavoro volontario di tutti i cittadini, angosciati dalle minacce veneziane. Ospita il museo archeologico e d’estate diventa uno scenografico teatro all’aperto. È un simbolo della storia di Ragusa. Soprattutto per l’iscrizione in latino che accoglie i viaggiatori: “Non bene pro toto libertas venditur auro”. La libertà non si vende, per tutto l’oro del mondo. La “franchisia”, la libertà d’asilo, fu usata dai ragusei anche come una assicurazione di fronte alle incertezze della politica. La tradizione iniziò con Riccardo Cuor di Leone d’Inghilterra, che secondo un racconto favoloso fu salvato da un naufragio al largo di Lokrum nel 1192 al suo ritorno dalla terza crociata e per questo donò a Ragusa 100mila monete d’oro grazie alle quali fu edificata la cattedrale dedicata alla Madonna dell’Assunzione. Dentro le possenti mura di Ragusa trovarono rifugio molti principi dei Balcani spodestati, esiliati e in cerca di una rivincita. Ma anche nel 1464 Sigismondo Malatesta, dopo il conflitto con Pio II. E Pier Soderini, l’ultimo gonfaloniere della repubblica di Firenze. Accadde nel 1512. Quando Roma e Venezia chiesero la sua consegna, Ragusa rispose con una lettera che riportava quanto era scritto negli statuti cittadini: “La terra nostra è franca ad ognuno et a grandi et a pizzoli”. E nel 1492 fu la volta degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna e dal Portogallo. Sulla rupe dalmata trovarono casa e contribuirono in modo determinante alle fortune economiche del piccolo stato.

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ Ragusa fu anche il primo stato al mondo ad abolire il commercio degli schiavi. La tratta, a lungo fiorente, aveva perso vigore alla fine del Trecento. I mercanti ragusei li avevano venduti e comprati per secoli, con grandi profitti nei porti di tutto il Mediterraneo. I patrizi li acquistavano come domestici e li ostentavano fra i loro pari come status symbol. La storica decisione del Maggior Consiglio, arrivò nel 1416, sollecitata dalle infiammate pressioni del vescovo francescano Antonio Diodati da Rieti e dalla chiara volontà del vicino re d’Ungheria: “Chiunque si chiama raguseo, non possa, sotto verun pretesto, od intenzione, ardire o presumere di comperare né vendere alcun schiavo”.

REPUBBLICA DELLE SETTE BANDIERE “Non ragusate!”, urlava Napoleone a Marmont, il generale che nel 1808 pose fine all’indipendenza di Dubrovnik. Il neologismo imperiale indicava l’attitudine storica dei nobili che governavano la piccola repubblica: spaccare il capello in quattro, cavillare, trovare continue scappatoie. Un’opinione condivisa in tutte le cancellerie europee. Quei dalmati, per tutti, erano il popolo “delle Sette Bandiere”, capaci com’erano di servire in contemporanea il Papato e l’Impero, Venezia, e l’Ungheria, il Turco e la Spagna e insieme anche i corsari barbareschi. Uno “stato cuscinetto” tra Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam che della sua debolezza fece una forza. L’arte della diplomazia ha segnato la sua storia secolare. Cattolica ma suddita del sultano. Senza esercito ma potente. Classista al suo interno però aperta al mondo. Capace comunque di scelte innovative e coraggiose. Come la legge che nel 1377 istituì la prima quarantena. E che cambiò la storia della medicina.
Federico Fioravant

Posta un commento

0 Commenti