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È Pasqua ma nessun reporter ha mai fotografato la risurrezione

Pasqua è un evento da vivere, da contemplare, non da spiegare. Eravamo malati, ci ha ricordato papa Francesco. Eravamo tutti sempre di corsa. Avevamo perso il senso del tempo, della natura, della vita. Un piccolo virus ci ha costretti a fermarci.

Dal Vangelo di Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. – Giovanni 11, 1-45
Pasqua nel tempo del coronavirus. Religiosamente molto insolita: senza celebrazioni. Umanamente drammatica: 100 mila morti in 100 giorni. Mi chiedo: è possibile in un simile contesto parlare di resurrezione e di vita?

Pasqua: Cristo è risorto ci dicono i Vangeli. Ma è ancora possibile nel 2020 credere alla risurrezione? Non è una bella favola per poveri illusi? Come si può parlare di speranza quando tutti abbiamo negli occhi le file di camion militari che trasportano centinaia di bare nei vari cimiteri. Bare che contengono i corpi di tanti nostri anziani, nonni, zii, genitori, che dopo aver lottato per costruire una Italia migliore se ne sono andati soli senza un sorriso e una carezza dei loro cari.

È da duemila anni che ogni Pasqua i cristiani annunciano al mondo che Cristo ha vinto la morte. Ma attorno a noi ci sono ancora tanti segni di sofferenza, tante lacrime, tante ingiustizie, tante morti. È abbastanza facile credere nella nascita, nella vita e nella morte di Gesù. La “follia”, dice san Paolo, è credere che sia risorto.

Quello che è accaduto esattamente la mattina di Pasqua di duemila anni fa non lo sapremo mai. I Vangeli non si preoccupano di portarci prove per dimostrare che veramente Gesù è risorto. Perché? Perché la risurrezione non si dimostra. Nessun reporter ha mai fotografato la risurrezione. Nessuno ha mai portato prove oggettive e scientifiche. Pasqua è un evento da vivere, da contemplare, non da spiegare.
Ma che cosa vuol dire allora “credere” che Cristo è risorto? Giovanni nel suo Vangelo ci propone come esempio di fede una donna. La Maddalena, una emarginata, forse una prostituta. Ha incontrato il Cristo e la sua vita è cambiata. È ri-nata. È lei che per prima al mattino di Pasqua, quando era ancora buio, corre al sepolcro.

La Maddalena crede, non perché vede, ma perché era una innamorata. Credeva nella vita. Credeva nell’impossibile. La sua fede nel risorto nasce dall’amore. È proprio a lei che Gesù dice quella frase oggi di grande attualità: «Noli me tangere. Non mi toccare ». Non significa che Gesù non voleva essere toccato. In vita si era perfino lasciato baciare i piedi. Gesù vuol far capire alla Maddalena che ora la sua relazione con il risorto non è più fisica, ma interiore, spirituale. Ora il Cristo lo devi incontrare nell’altro, nell’amico, nella sorella, nel povero, nel malato.

È nel gesto della condivisione che appare l’invisibile. Solo chi ama profondamente l’altro può fare esperienza di “toccare” con mani il divino, ciò che è invisibile, ciò che non si può spiegare, ma si può sentire, si può vivere.
Stiamo vivendo un tempo di fatica, di crisi. Ma forse è proprio nei momenti più difficili che sappiamo tirar fuori il meglio di ognuno di noi stessi. Eravamo malati, ci ha ricordato papa Francesco. Eravamo tutti sempre di corsa. Avevamo perso il senso del tempo, della natura, della vita.  Un piccolo virus ci ha costretti a fermarci.

Forse anche per noi vale la parola del profeta Osea: “Ti condurrò nel deserto e là parlerò al tuo cuore”. Da settimane siamo tutti in esilio nelle nostre case. I libri più belli e profetici della Bibbia sono nati nel tempo dell’esilio in Babilonia. Dante ha iniziato a scrivere la sua Divina Commedia mentre era in esilio.
Forse l’aver vissuto la quaresima in tempo di quarantena, l’aver chiuso le chiese, l’aver vissuto un lungo digiuno eucaristico, l’aver sperimentato la famiglia come piccola chiesa, potrà aiutarci a capire quanto è prezioso e sacro il tempo della vita. È nella vita che possiamo incontrare Dio. 

È nella vita che possiamo celebrare le nostre vere eucarestie, la nostra vera pasqua di resurrezione.
Come Comunità cristiana siamo chiamati a vivere questo momento di crisi come una nuova opportunità per riscoprire nuove forme di sacramentalità laica. Ripensare un nuovo modo di essere chiesa, comunità, parrocchia. Un nuovo modo di vivere il rapporto tra il prete e la comunità.

L’eucarestia domenicale è importante, ma è nella vita che possiamo riscoprire il senso vero e profondo del vivere da risorti. Non abbiamo bisogno di riti e nemmeno di surrogati. Abbiamo bisogno di liturgie “vissute” che profumino di umanità.
Don Roberto Vinco
12 Aprile 2020 – Pasqua

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