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L’Arabia Saudita abolisce la fustigazione, ma è record di condanne a morte.

Mohammed Bin Salman

La punizione messa al bando sarà sostituita da carcere o multe

GIORDANO STABILE

25 Aprile, 2020

DALL’INVIATO A BEIRUT. L’Arabia Saudita ha eliminato le fustigazione come forma di punizione per i reati minori. Sarà sostituita da carcere o multe. «La decisione è un'estensione delle riforme dei diritti umani introdotte sotto la direzione del re Salman e la supervisione diretta del principe ereditario Mohammed Bin Salman», ha specificato un documento ufficiale del governo di Riad per illustrare la decisione. 

La flagellazione veniva ancora applicata per punire una serie di crimini codificati dalla legge islamica, o sharia, che è alla base del diritto penale nel Regno. Sono i giudici a interpretare i testi religiosi di riferimento e finiscono per affibbiare 10, 50 o addirittura 100 frustate per un’ampia gamma di violazioni, dall’inquinamento di acque o luoghi pubblici alle molestie sessuali.

Per gli attivisti dei diritti umani la fustigazione è un relitto di un mondo medievale, come ancor più la decapitazione utilizzata per eseguire le condanne a morte, a volte sulle piazze pubbliche. La sua abolizione fa parte del programma di modernizzazione, anche dell’immagine, del Regno, lanciato dal principe ereditario assieme alla riforma dell’economia, che dovrà emanciparsi il più possibile dalle rendita petrolifera entro il 2030. Ma anche se le donne hanno acquisito il diritto a guidare un’auto, a viaggiare e ad andare al ristorante da sole, la situazione dei diritti umani rimane pessima. L’anno scorso è stato battuto il record di esecuzioni, 184 in dodici mesi. 

E in carcere rimangono proprio molti attivisti.
Venerdì uno dei più importanti e conosciuti anche all’estero, Abdullah al-Hamid, è morto in ospedale a Riad, dopo essere finito in coma mentre era ancora dietro le sbarre. Al-Hamid, che soffriva di ipertensione, aveva co-fondato assieme Mohammad Fahad al-Qahtani l’Associazione saudita per i diritti civili e politici, conosciuta con il suo acronimo arabo Hasem. Nel 2013, sono stati condannati rispettivamente a 11 e 10 anni. Nel 2018, Hamid e Qahtani hanno ricevuto il Right Livelihood Award insieme all'attivista e avvocato Waleed Abu al-Khair “per i loro sforzi di riformare il sistema politico totalitario in Arabia Saudita”. E in carcere rimane una mezza dozzine di attiviste per i diritti delle donne, compresa Loujain al-Hathloul, già fermata in passato perché alla guida di un’auto.
La Stampa

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