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Coronavirus, Raffaele Cutolo resta in carcere: rigettata l’istanza per gli arresti domiciliari. “È assistito e al 41bis non c’è rischio contagio”

Coronavirus, Raffaele Cutolo resta in carcere: rigettata l’istanza per gli arresti domiciliari. “È assistito e al 41bis non c’è rischio contagio”
Il fondatore della Nuova Camorra Organizzata, al 41 bis da 25 anni, tramite il suo legale aveva chiesto la scarcerazione per motivi di salute, approfittando dell'emergenza Covid-19. Per il magistrato di sorveglianza non ci sono i "presupposti di urgenza e gravità", anche tenuto conto del "rifiuto a terapie, accertamenti e cure". E il magistrato ricorda anche l'intervento rapido del Dap che ha inviato 8 operatori socio-sanitari nel carcere parmense che garantiscono "presenza e monitoraggio costante" delle sue condizioni di salute

di F. Q. | 12 MAGGIO 2020

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Raffaele Cutolo resta al 41bis nel carcere di Parma. La decisione era attesa da giorni, con tutta una serie di indiscrezioni che hanno popolato l’attesa. L’ufficialità è arrivata oggi: il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, Cristina Ferrari, ha rigettato l’istanza di sospensione della pena con trasferimento ai domiciliari avanzata per motivi di salute dalla difesa del boss, fondatore della Nuova Camorra Organizzata. L’istanza era stata presentata nell’ambito dell’emergenza Covid-19.

Secondo il magistrato “non sono ravvisabili” né i “presupposti obbligatori” perché è “insussistente una malattia grave” né di quelli facoltativi, ovvero l’impossibilità di terapie in carcere o di una “grave infermità” per cui il carcere possa aggravare le condizioni di vita di Cutolo. Non ci sono, si legge nel documento, i “presupposti di urgenza e gravità”, anche tenuto conto – ricorda il magistrato – “la condotta volontaria di rifiuto, manifestata dal detenuto a terapie, accertamenti e cure”. E il magistrato dà conto anche della risposta e dell’intervento rapido del Dap – a differenza di quanto avvenuto con il boss dei Casalesi, Pasquale Zagaria – che ha inviato 8 operatori socio-sanitari nel carcere parmense, dedicati anche all’assistenza a Cutolo, che garantiscono “presenza e monitoraggio costante” delle sue condizioni di salute.

Nel provvedimento di tre pagine, Ferrari ripercorre tutta la storia clinica del boss negli ultimi due mesi e l’assistenza ricevuta. Il fondatore della Nuova camorra organizzata, 78 anni, lo scorso febbraio era stato trasferito per un periodo dal carcere all’ospedale, in modo da garantire le migliori terapie perché alle prese con problemi respiratori. Una volta dimesso, dopo essere risultato negativo al tampone, e rientrato in cella a Parma, a fine marzo, scrive Ferrari, i medici del Programma Salute “davano conto della diagnosi di polmonite bilaterale”, del “netto miglioramento del quadro clinico” e del “categorico rifiuto” da parte del boss di “approfondimenti diagnostici”. Nonché di un “atteggiamento oppositivo” agli aiuti proposti per evitare cadute accidentali. E veniva proposta un’assistenza continua per la quale la direzione del carcere e il magistrato si sono attivati, chiedendo al Dap di trovare una struttura carceraria in grado di garantirla.

Da un lato l’amministrazione carceraria ha spiegato che non ci sono istituti penitenziari dedicati al 41bis in grado di offrire “standard più elevati” ma, dall’altro, il 27 aprile ha annunciato l’assegnazione di 14 operatori assistenziali alla struttura di Parma, otto dei quali sono entrati in servizio negli scorsi giorni. Mentre Cutolo aveva già ricevuto letto e materasso adatti alla sua situazione. Una rapidità di intervento da parte del Dap nel rispondere su un possibile trasferimento in altri istituti o nel rinforzo dell’assistenza medica all’interno del carcere che è risultata quindi tra gli elementi che hanno portato il magistrato di sorveglianza a decidere per il rigetto dell’istanza.

Così ad oggi, si legge nel documento, il livello di assistenza e cura è “costante” e le sue patologie “non appaiono esposte a rischio aggiuntivo” per l’emergenza Covid-19 poiché il regime del 41bis consente a Cutolo di “fruire di stanza singola, dotata dei necessari presidi sanitari” ed è “tutelante rispetto ai profili di promiscuità tipici di contesti comunitari”, tenendo conto anche che da anni il boss “ha rinunciato ai momenti di socialità” riducendo “di fatto i contatti interpersonali e le possibili vie di contagio”.

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