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L'Urlo di Munch si sta scolorendo. Un team guidato da ricercatrici italiane trova il problema e propone soluzione


 La versione del 1910 dell'Urlo di Munch conservata al Munchmuseet di Oslo si sta scolorendo. Un team internazionale guidato da ricercatrici italiane ha capito perché, e ha proposto la soluzione.

È uno dei capolavori della storia dell’arte mondiale: l’Urlo del pittore norvegese Edvard Munch (Løten, 1863 – Oslo, 1944), dipinto in diverse versioni a partire dal 1893, è un dipinto divenuto simbolo di un’epoca. Un simbolo che però non gode di buone condizioni di salute: la versione del 1910 (l’ultima), conservata al Munchmuseet di Oslo e opera più importante dell’istituto della capitale della Norvegia, a partire dal 2006 è stata esposta al pubblico con scarsa frequenza, a causa delle sue delicati condizioni di conservazione, un po’ per l’azione degli agenti esterni, un po’ per i danni subiti dal cartone in occasione del furto del 2004 (occorsero due anni per farlo tornare al museo), un po’ per i pigmenti utilizzati da Munch.

Sta di fatto che il capolavoro di Munch si sta scolorendo. L’opera è stata sottoposta ad accurate analisi da un team internazionale, coordinato da un’équipe quasi tutto al femminile di ricercatrici italiane del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Il gruppo di ricerca ha studiato il dipinto al Munchmuseet con l’ausilio di strumentazioni portatili, basate su metodi non-invasivi di spettroscopia, della piattaforma europea Molab (finanziata dalla Commissione Europea nel contesto del progetto Iperion-Ch), un laboratorio mobile coordinato da Costanza Miliani, direttrice dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale (Ispc) del CNR. In un secondo momento, presso l’infrastruttura europea ESRF (European synchrotron radiation facility, Grenoble, Francia) sono stati effettuati esperimenti con sorgenti ai raggi X su micro-frammenti prelevati dall’opera.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, in un articolo firmato da Letizia Monico, Laura Cartechini, Franesca Rosi, Annalisa Chieli, Chiara Grazia, Aldo Romani, Costanza Miliani e Renato Pereira de Freitas del CNR, Steven De Meyer, Gert Nuyts, Frederik Vanmeert e Koen Janssens del gruppo di ricerca AXES dell’Università di Anversa (Belgio), Marine Cotte e Wout De Nolf dell’ESRF, Gerald Falkenberg del DESY di Amburgo, Irina Crica Anca Sandu ed Eva Storevik Tveit del Munchmuseet e Jennifer Mass del Bard Graduate Center di New York.

I problemi del dipinto: scolorimento (whitening) e desquamazione (flaking)
I segni del degrado del dipinto, si legge nel paper scientifico, si ravvisano soprattutto nelle nuvole del cielo al tramonto e nel collo della figura urlante, dipinte con giallo di cadmio che negli ultimi anni ha conosciuto un processo di perdita del colore originario, virando verso il bianco. Lo stesso vale per le acque del lago, altra area dove Munch aveva applicato diverse pennellate di giallo di cadmio. L’evidenza di questi problemi emerse nel 2006: per queste ragioni l’opera era stata tolta dalla vista del pubblico (ed esposta solo raramente), per essere messa in deposito in un ambiente mantenuto in condizioni di luce, temperatura (18 gradi) e umidità (50%) controllate. Il giallo di cadmio è un pigmento molto utilizzato all’epoca, lo si ritrova anche in opere di Matisse, di van Gogh e di Ensor, e per tutti questi artisti sono documentati fenomeni di scolorimento, desquamazione, degrado della pellicola pittorica.

“L’artista”, spiega Letizia Monico, ricercatrice presso l’Istituto di scienze e tecnologie chimiche “Giulio Natta” del CNR di Perugia, "ha miscelato diversi leganti, quali tempera, olio e pastello con pigmenti sintetici dalle tonalità vibranti e brillanti per creare colori di forte impatto. Sfortunatamente, l’ampio utilizzo di questi nuovi materiali rappresenta una sfida per la conservazione a lungo termine delle opere d’arte del pittore norvegese". La versione del 1910, infatti, "mostra evidenti segni di degrado in diverse aree dipinte con gialli di cadmio, una famiglia di pigmenti costituiti da solfuro di cadmio. L’originale colore giallo brillante di alcune nuvole del cielo e del collo del soggetto centrale, appare oggi sbiadito. Nella zona del lago, le dense ed opache pennellate di giallo di cadmio mostrano invece tendenza a sfaldarsi". 

Date queste evidenze, i ricercatori si sono domandati se ci sono correlazioni tra il degrado del dipinto e la composizione chimica dei suoi colori, qual è la natura dell’alterazione del giallo di cadmio, e quali sono i fattori ambientali che contribuiscono ad accelerare questo processo.

Le analisi del team guidato dal CNR hanno scoperto che è l’umidità una delle cause principali del degrado dei pigmenti gialli di cadmio. “Lo studio del dipinto”, fa sapere ancora Monico, "è stato integrato con indagini sui provini pittorici di laboratorio invecchiati artificialmente, preparati utilizzando una polvere storica ed un tubetto ad olio di giallo di cadmio appartenuto a Munch, aventi composizione chimica simile al pigmento giallo del lago del dipinto. Lo studio mostra che il solfuro di cadmio originale si trasforma in solfato di cadmio in presenza di composti contenenti cloro ed in condizioni di elevata umidità relativa percentuale; ciò accade anche in assenza di luce". Insomma: il problema è causato dalla composizione chimica del pigmento, che reagisce in situazioni di alta umidità.

Nelle conclusioni, la ricerca guidata dal CNR fornisce anche la possibile soluzione: “riteniamo”, scrivono i ricercatori, “che le nostre scoperte forniscano importanti indizi sul meccanismo di degrado delle pitture a base di solfuro di cadmio, e questo ha importanti implicazioni per la conservazione preventiva dell’Urlo del 1910 circa. In particolare, il degrado del giallo di cadmio potrebbe essere mitigato minimizzando l’esposizione del dipinto in condizioni di umidità eccessivamente alta (non superiori al 45%) e mantenendo l’illuminazione ai valori normali previsti per i materiali pittorici stabili alla luce", tra i quali rientra il giallo di cadmio. Lo studio ha infine introdotto una novità con l’integrazione di differenti tecniche d’indagine: questo approccio, suggeriscono i ricercatori, potrà essere utilizzato con successo per esaminare altre opere d’arte che soffrono di simili problemi.

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